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Alessandro Trovati: mostra fotografica Olimpiadi dal 3 maggio 2018

Rio 2016 Olympic games, Men's trampoline Gymnastics. August 2016. photo by Alessandro Trovati Pentaphoto Mate Images
Rio 2016 Olympic games – Men’s trampoline Gymnastics. August 2016. Photo by Alessandro Trovati /Pentaphoto/Mate Images

La Mostra Fotografica Olimpiadi di Alessandro Trovati, a cura di Federicapaola Capecchi, apre al pubblico giovedì 3 maggio 2018

In mostra anche Stefano Rellandini, Luca Bruno, Marco Trovati, Giovanni Auletta  e alcune fotografie di Armando Trovati.

Partner e Sponsor della Mostra Bruno Melada Stampa & Fine Art

Apre al pubblico giovedì 3 maggio 2018, ore 18:30, la Mostra Fotografica Olimpiadi di Alessandro Trovati, Canon Ambassador. Una selezione delle fotografie più significative e autoriali fatte alle Olimpiadi, partendo da quelle appena conclusesi – Pyeongchang 2018 – percorrendo poi quasi tutte le 11 Gare Olimpiche, da Atene 2004 a Pechino 2008 a Londra 2012, attraverso i più grandi momenti e protagonisti della storia dello sport.

Dopo la mostra “Lo sport in bianco e nero”, incentrata sulla narrazione che si muove all’interno del bianco e nero di Alessandro Trovati e dell’ intensità e carattere delle sue fotografie,  concentriamo l’attenzione sul colore e sulla sua duplice capacità: quella di dare prima un’assoluta e suggestiva bellezza formale e, un attimo dopo, far accorgere che si sta parlando di sport, anzi della sua anima. Un fotografo sportivo di questo calibro è, in fondo, anche lui un campione olimpico, anche lui in cerca di un record da battere. Nel fotografare. In cerca di nuovi mezzi, o innovativi, per scattare foto spettacolari. Rispetto ad un tempo oggi un fotografo sportivo può fotografare sott’acqua, avvalersi di robotica per comandare a distanza la macchina fotografica in situazioni e posizioni non raggiungibili, eccetera. Ma per quanto il progresso tecnologico sia di reale ausilio nella fotografia sportiva, non è ciò che fa la differenza per Alessandro Trovati. La differenza è data dal fatto che la sua è la fotografia dei grandi. Quella che sa cos’è la luce, e sa giocarvi con maestria, quella che ha l’attitudine di far emergere ombre e dettagli grazie a passaggi chiaroscurali (e avviene anche nel colore), quella che ha ritmo, tempo, le pause. Quella fotografia fatta anche di inquadrature sapienti, sempre molto equilibrate, articolate, che chiedono all’osservatore di essere attivo in ogni senso, muovendosi in ogni spazio e tempo della fotografia, oltre ogni soggetto attivo, passivo o in primo piano. Anche nei coni d’ombra. Perché è lì, in quella formula visiva e narrativa, che si conchiude ogni sfumatura e azione, che si svela il senso della storia che Alessandro Trovati ha scelto di raccontare.

LONDON 2012 Olympic games, August 2 2012, Elisa Di Francisca Fioretto squadre. scherma Pentaphoto, Alessandro Trovati
LONDON 2012 Olympic games, August 2 2012, Elisa Di Francisca Fioretto squadre. scherma Pentaphoto, Alessandro Trovati

E così nella mostra Olimpiadi – attraverso gli scatti a Mohammed Farah e Usain Bolt (Rio 2016), Yuri Chechi (Atene 2004), Simone Beals (Rio 2016), Michael Fred Phelps, Sofia Goggia (Pyeongchang 2018), all’Hockey femminile (Londra 2012), al nuoto sincronizzato, solo per citarne alcuni – ci muoviamo tra fotografie che si distinguono subito per la luce, i piani, la tonalità, l’inquadratura, il punto di vista, i soggetti, la struttura e la dinamicità. Dove il movimento è nella sua natura e nella sua testa prima ancora che nel mirino della macchina fotografica. Un movimento che non è mai congelato ma sempre in divenire per ogni secondo del nostro sguardo sulla foto, obbligandoci a vedere e non semplicemente a guardare.

OLYMPIC GAMES PECHINO 2008, Usain Bolt Agosto 2008 Photo by Alessandro Trovati
OLYMPIC GAMES PECHINO 2008, Usain Bolt Agosto 2008 Photo by Alessandro Trovati

Tra i molti elementi che caratterizzano una buona foto” – scrive la curatrice Federicapaola Capecchi – “uno tra i più importanti  è probabilmente il mistero. Per dirla come sosteneva Minor White … <cos’altro è?>. Cosa altro è la fotografia di Alessandro Trovati? Una questione di mentalità (è lui stesso l’atleta dell’evento) e l’importanza di raccontare storie da tramandare nel tempo”. E così la mostra Olimpiadi si muove attraverso l’essere immersi nell’azione e il piacere di raccontare storie in tutte le loro sfaccettature. “Le sue fotografie – scrive ancora la curatrice – “hanno la forza e il fascino della capacità di fissare l’attimo così come il gesto atletico, di immortalare gioia, fatica, dolore”.

Rio 2016 Olympic games, August 2016, Syncronised swimming Photo by Alessandro Trovati, Pentaphoto, Mate Images
Rio 2016 Olympic games, August 2016, Syncronised swimming Photo by Alessandro Trovati, Pentaphoto, Mate Images

Nella mostra Olimpiadi sono esposte anche 3 fotografie di 4 colleghi di Alessandro Trovati – Stefano Rellandini, Luca Bruno, Marco Trovati, Giovanni Aulettain una sorta di omaggio alla fotografia sportiva che condividono come mestiere e passione, a concretizzare uno dei più grandi valori dello sport e delle Olimpiadi: lealtà e fratellanza. In fondo i cinque anelli intrecciati su fondo bianco, simbolo e bandiera del Comitato Internazionale Olimpico (Cio) e dei giochi olimpici fin dal 5 aprile 1896, giorno in cui ad Atene furono aperte le prime Olimpiadi dell’era moderna, simboleggiano proprio ciò. A ogni colore corrisponde un continente: blu per l’Oceania, nero per l’Africa, rosso per le Americhe, verde per l’Europa e giallo per l’Asia. Con questo simbolo il barone francese Pierre de Coubertin, che lo aveva ideato insieme ai Giochi olimpici, voleva sottolineare lo spirito di fratellanza che doveva caratterizzare la manifestazione.

A suggello di questo omaggio alla fotografia sportiva, un piccolo omaggio è per Armando Trovati, padre di Alessandro e fondatore di Pentaphoto, del quale quattro fotografie suggestive aprono il percorso della mostra.

Olympic Games '84, Los Angeles, Photo Armando Trovati
Olympic Games ’84, Los Angeles, Photo Armando Trovati

OLIMPIADI di Alessandro Trovati

A cura di Federicapaola Capecchi

In mostra anche Stefano Rellandini, Luca Bruno, Marco Trovati, Giovanni Auletta e Armando Trovati

Dal 3 maggio al 3 giugno 2018 – Opening giovedì 3 maggio ore 18:30

Partner e Sponsor della Mostra Bruno Melada Stampa & Fine Art

Casa Museo Spazio Tadini

Via Niccolò Jommelli 24

20131 Milano

Pellicangeli: mostra fotografica di Roberto Manfredi

Roberto Manfredi

PELLICANGELI

a cura di Francesco Tadini

Apertura al pubblico da giovedì 3 maggio 2018 alle ore 18:30 >> fino a sabato 19 maggio.


Sono angeli? Spiriti evanescenti? Folletti del lago? No, sono grossi grassi uccelli greci, simpatici e un po’ buffi, sono pellicani. L’autore di questi scatti grazie a un uso creativo del mosso e del flash, senza fare ricorso al fotoritocco, ci mostra come sia possibile trasfigurare l’immagine di questi uccelli, usando la fotocamera per ottenere delle immagini quasi pittoriche, superando la visione puramente documentaristica della fotografia naturalistica.

Il lago Kerkini si trova nella macedonia greca, ai confini con la Bulgaria ed è abitato da una popolazione stanziale di pellicani ricci (pelecanus crispus), i più grandi tra tutte le specie di pellicani. Si tratta di uccelli di dimensioni davvero notevoli con cui i pescatori del lago hanno instaurato un rapporto amichevole, ritendoli utili per tenere sotto controllo i voraci cormorani. I pellicani sono diventati così molto confidenti con gli umani senza però rinunciare alla loro natura di animali selvatici.

Spesso si pensa al fotografo della natura superando la visione puramente documentaristica della fotografia naturalistica, che vede il fotografo, armato di lunghi teleobiettivi, appostarsi in capanni o mimetizzarsi nella vegetazione aspettando per ore che appaia un animale per fare clic.Il concetto tradizionale della fotografia naturalistica ha prodotto immagini stupende e di grande importanza scientifica, ma è possibile un approccio diverso a questo genere fotografico, che lascia un maggior spazio alla creatività del fotografo che, come nelle immagini di questa esposizione, può svelarci un modo diverso di interpretare i suoi soggetti.

Testo di Simone Sbaraglia:
Individuare gocce di armonia, riconoscere istanti universali nel martoriato mondo naturale ed isolarli in un delicato equilibrio di realismo ed interpretazione, mostrandone la meravigliosa unicità e fragilità: questo è il compito del fotografo naturalista, in parte giornalista in parte artista. Il mondo è immerso nel caos, eppure in questo caos c’è ordine, eleganza e perfezione. La scoperta di questa perfezione passa per un percorso di ricerca volto ad entrare in simbiosi con la natura stessa. Sentirsi parte del tutto è l’unico modo che conosco di fotografare.

PELLICANGELI – mostra fotografica di Roberto Manfredi
PhotoMilano club fotografico milanese a
Casa Museo Spazio Tadini
via Niccolò Jommelli, 24, Milano

Orari: dal mercoledì al sabato dalle 15:30 alle 19:30 – domenica dalle 15 alle 18:30 — lunedì e martedì: chiuso
Ingresso 5 euro

www.photomilano.org
www.spaziotadini.com –

Il corpo di tutti

Il corpo di tutti

Tre mostre raccontano la donna – a cura di Melina Scalise

Dal 3 maggio al 3 giugno 2018

Apertura al pubblico 3 maggio ore 18.30

Casa Museo Spazio Tadini, via Niccolò Jommelli, 24 Milano

aperta da mercoledì a sabato dalle 15.30 alle 19.30 e domenica 15.00 -18.30 – visita a tutte le mostre 5 euro (mappa)catalogo donne-Pagina001


Il gioco della modella 

Marvi Hetzer

 


Venere  

Fausta Bonfiglio, Gloria Stefanati, Laura Lucchini, Alessandra Rossignoli


Omaggio alla donna

Maria Pia Facetti

Il corpo femminile è senza ombra di dubbio quello più soggetto all’attenzione sociale da parte di entrambi i sessi perché è il corpo di tutti.

Fin da bambini impariamo a sentirlo, toccarlo, a nutrirci di esso. Quel corpo materno è materia, è senso di appartenenza e non perdiamo mai, nemmeno in età adulta, l’importanza della sua presenza, anche solo del contatto visivo.

Biologicamente, il corpo della donna deve essere seduttivo per il maschio a fini riproduttivi ed essendo coinvolto nella gestazione, alcuni suoi requisiti sono più o meno finalizzati ad ottimizzare questa funzione. Al corpo maschile si richiedono ben altre caratteristiche prevalentemente focalizzate sulla forza fisica a corrispondere il senso di sicurezza e protezione necessario per l’allevamento dei figli e la conservazione della specie.

Tuttavia l’evoluzione sociale ha modificato il fine esclusivamente riproduttivo della seduzione, diventata strumento di confermazione ed espressione del sé, in qualche caso anche di esaltazione. In pratica il corpo non è più oggi lo strumento della riproduzione, ma soprattutto dell’espressione.

Lo slogan anni ’70 della rivoluzione femminile “io sono mia”, finalizzato a legalizzare l’aborto attraverso la scelta della donna, ha reso il corpo femminile “individuale” e non più “sociale”.  La storia, però, ci ha insegnato che la possibilità di decidere della volontà riproduttiva non è coincisa con un’autonomia della donna nel gestire il proprio corpo.

Abbiamo assistito, nel periodo più vicino alla protesta femminile e al bisogno di affermazione professionale della donna in società, ad una trasformazione estetica che ha modificato il corpo fino ad avvicinarlo all’uomo nelle forme e nell’abbigliamento (pensiamo solo alla diffusione dei pantaloni). Abbiamo quindi visto l’esaltazione di modelli femminili sempre più magri ed esili, quasi senza seno e con fianchi stretti (esattamente l’opposto di un corpo femminile materno).

L’estremizzazione di tutto ciò ha quasi portato all’annullamento del corpo femminile (pensiamo alle modelle anoressiche che, nel rifiuto del cibo, sottendono un rifiuto del corpo materno e della relazione stessa con la donna – madre). La conseguenza di tutto questo ha portato a destituire l’importanza del seno a beneficio di una parte del corpo che è comune denominatore tra i sessi: il sedere.

Sfogliando le riviste di moda degli ultimi anni, la confusione tra i sessi è sempre più evidente. Anzi, è quasi voluta, accompagnata di pari passo alla modifica del target dei consumatori che cercano possibilità seduttive molteplici: etero, omo e bi sessuali.

In pratica si assiste o a estremizzazioni della seduzione maschile e femminile o a una confusione –  quasi fusione – tra le due manifestazioni d’essere.

Nel caso della donna questa esasperazione ha portato a interventi estetici con risultati caricaturali. Donne bambole, donne giocattolo che si possono anche rompere e gettare via, come cose di cui esiste il possesso e non necessariamente il rispetto, in cui il corpo domina sull’essere e non viceversa.

In questi casi, la donna perde la sua personalità per “regalare” totalmente il proprio corpo alla società e al suo modello: da “io sono mia” a “io sono di tutti”.

Riporre l’attenzione sul corpo femminile –  ripensando al corpo di tutti – e sul senso per cui disponiamo di questo “strumento” chiamato corpo è forse utile per analizzare un percorso sociale che ha prodotto all’alienazione del corpo: sempre meno funzionale all’essere e sempre più politico – sociale.

A riguardo pensiamo anche all’attenzione esasperata sull’alimentazione, che va oltre il bisogno primario di sopravvivenza e benessere, che ha portato a una selezione sempre più severa dei cibi al punto da far nascere anche una filosofia di pensiero che teorizza di poter vivere di luce: alimentazione pranica. O ancora all’uso del tatuaggio che esprime un bisogno di personalizzare il corpo per renderlo un esclusivo manifesto esistenziale che altro non è che una necessità di appropriarsi di senso con un linguaggio che non è del corpo, ma del pensiero, a conferma che forse, qualcosa, sul corpo, è andato perduto.

Melina Scalise

 

Le mostre

Venere

Quattro scultrici Fausta Bonfiglio, Laura Lucchini, Alessandra Rossignoli e Gloria Stefanati hanno sezionato il corpo femminile. Partendo dalla Venere di Willendorf, la statuetta paleolitica rinvenuta in Austria 40.000 anni a. C. hanno “estratto” le parti rappresentative del corpo femminile: seno e sedere per declinarle in chiave contemporanea.

“Abbiamo voluto raccontare la donna partendo dal corpo – spiega Fausta Bonfiglio, scultrice e insegnante di scultura – restituendo a quelle parti che connotano la femminilità e la capacità riproduttiva attenzione, senza sovrastrutture. Abbiamo voluto sdrammatizzare il corpo e ripensarlo nella sua veste gioiosa, nella sua abbondanza e generosità, nella sua varietà e personalità. Una mostra che vuole restituire anche attenzione a virtù che caratterizzano la donna il corpo e la personalità femminile come la maternità, la femminilità (spesso confusa o fraintesa con la volgarità), l’accudimento (confuso con il servilismo), la pazienza (intesa come qualità stupida perché costringe all’accettazione), il sentimento della pudicizia che attribuisce valore e salvaguarda il corpo”.

Seni di tutte le taglie, sederi e corpi femminili in creta si susseguono in una ricerca di ridefinizione della forma della femminilità, della tutela del corpo della donna, di esaltazione della bellezza che le è propria per natura.

 

Omaggio alla donna

Maria Pia Facetti, scultrice, ha realizzato una serie di opere che si presentano come delle maschere vuote. Dei perimetri di identità in cui tutte le donne possono riconoscersi e comunque differenziarsi: sentirsi donne e sentirsi diverse e uniche al tempo stesso. Ornamenti del niente o del tutto. “E’ un omaggio alla donna e alla sua storia – spiega l’artista – per tutto quello che ha vissuto, sopportato, sofferto, sognato, sperato, difeso e conquistato”.

 

Il gioco della modella

Marvi Hetzer presenta una serie di fotografie che ritraggono sua figlia in posa come donne di famosi dipinti della storia dell’arte.

Le fotografie non raccontano solo di una straordinaria comunicazione tra madre e figlia e di un gioco di ruoli fondamentale per l’apprendimento, ma suggeriscono nuovi riferimenti, nuovi modelli femminili.

Il gioco di assumere le vesti di queste donne scelte per la loro storia, il loro vissuto e non per il compiacimento estetico è uno straordinario invito a ripensare ai modelli femminili.

Il risultato espressivo che emerge dai ritratti fotografici è straordinario. L’età e la storia di quel corpo ritratto è nello sguardo e nel costume.  L’interpretazione va oltre la posa, va oltre la forma e il gesto del corpo della bambina perché è donna adulta senza bisogno di giocare con le bambole, senza barbie e senza big Jim.

“Di ognuna di queste donne ritrattate, anche se in secoli diversi (e metodi), trovo che siano tutte accumunate dalla bellezza, dalla delicatezza e della forza sprigionata che arriva attraverso i loro sguardi.  Talvolta donne sconosciute, come nei ritratti fiamminghi e del secolo XV ma che attraverso il ritratto si evince una personalità armoniosa, una bellezza senza tempo e delicata. Giocare con l’arte e con l’interpretazione di mia figlia di 4 anni, Victoria, è stato come salire su una macchina del tempo.  Ci ha trasportato dentro al fascino di ciascuna delle donne ritratte e alla capacità interpretativa di grandi maestri della pittura.  Ammirando le linee morbide e la cadenza della luce, più le guardavo per cercare di capire, più ne restavo affascinata” Marvi Hetzer

Nel corso della mostra si svolgeranno eventi correlati al tema:

9 maggio ore 21 spettacolo teatro Danza (coreografia di Federicapaola Capecchi) sulla relazione maschile femminile

26 maggio ore 21 spettacolo teatrale Uccidi chi non ti ama con Opera Liquida, compagnia di Teatro Carcere

27 maggio ore 21 concerto di Marie Antonazzo: La mia vita, una canzone

 

Casa Museo Spazio Tadini

Via Niccolò Jommelli, 24

20131 Milano

Ufficio stampa Spazio Tadini ms@spaziotadini.it

Melina Scalise cell 3664584532

Casa Museo Spazio Tadini  fondata da Francesco Tadini e Melina Scalise