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La fotografia Di Barattini: Geometrie Rurali


La mostra fotografica di Stefano Barattini Geometrie Rurali che inaugura il 24 gennaio alla Casa Museo Spazio Tadini di Milano vi stupirà perchè vi proporrà il paesaggio visto da una nuova distanza, quella giusta per trasformarlo in segno, in significato, in un linguaggio che non avete mai visto.

Stefano Barattini Geometrie rurali – La distanza della bellezza a PhotoMilano / Spazio Tadini dal 24 gennaio al 22 febbraio 2020; a cura di Francesco Tadini, Melina Scalise, Federicapaola Capecchi. Inaugurazione venerdì 24 gennaio dalle ore 18.30 (Spazio Tadini via Niccolò Jommelli, 24). Ingresso libero. Orari: da mercoledì a sabato dalle 15.30 alle 19.30. Domenica pomeriggio aperti su prenotazione, per gruppi di almeno 4 persone.

Stefano Barattini

Testo di Francesco Tadini:
“Stefano Barattini – La distanza della bellezza”

Avvicinandomi a un oggetto complesso posso esaminare le sue componenti. Se me ne allontano conosco la totalità della sua forma. Ma un oggetto – qualunque oggetto – non si da nello spazio se non in relazione ad altri oggetti. Ed è, ancora, da una certa distanza che posso conoscere il territorio (lo spazio misurabile) di tali oggetti.

Il metodo non cambia molto se prendo in considerazione un accadimento (anche minuscolo): vivendolo al presente ne sono testimone diretto. Prendendolo in esame in seguito – a una minima distanza temporale – conoscerò quello che non ho vissuto dal mio limitato punto di esperienza e che riguarda la totalità dell’accadimento. Ma è solo ad una distanza superiore che sarò in grado di conoscere le premesse e le relazioni di quell’accadimento con altri “eventi storici”.

Stefano Barattini

La Geometria e la Storia dipendono dalle distanze. E dal nitore – riconoscibilità – delle loro fonti. Chi se ne occupa lo sa. E sa far luce, sulle relazioni che prende in esame, aprendo allo sguardo un campo visivo, per così dire, mobile. Allacciando nessi e inquadrando problemi.

Stefano Barattini, fotograficamente, mette in atto una ricerca molto vicina a queste e lo fa quando si occupa di aree industriali abbandonate così come – in queste foto di eclatante bellezza – di campagne coltivate.

Con le serie fotografiche dedicate alle aree industriali in disuso, Barattini ha esplorato una sorta di mondo parallelo a quello del tempo presente, regalandoci grandi immagini che evocano altre epoche produttive e, non di meno, la capacità della Natura di riprendere – in misure variabili – possesso di un territorio dal quale sembrava relegata a “distanza di sicurezza”.

Con la mostra “La distanza della bellezza” il fotografo apre un campo d’indagine – di inedita modernità – utilizzando i droni. Pur ricordando che la fotografia aerea ha più di un secolo, la novità sta nell’unione del mezzo con l’autore. Il drone non è pilotato da terzi, con i quali l’autore delle immagini debba comunicare. L’occhio del drone è mosso dalle mani stesse del fotografo. E’ prolunga tecnologica della sua capacità di osservare e catturare la realtà. E’ un obiettivo fotografico a tutti gli effetti.

Stefano Barattini

La capacità e la qualità autoriale di Stefano Barattini emerge clamorosamente dalle fotografie per due ragioni complementari (e assenti nelle quasi totalità delle fotografie in circolazione realizzate con i droni). La prima è di carattere culturale ed è legata ai sui studi alla Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano. La seconda, decisiva, alla misura estetica che gli impone di escludere da ogni opera ciò che non è strettamente necessario al discorso. Un millimetro in più sarebbe decorativo e ridondante. Un millimetro in meno insufficiente a reggere la grammatica di questo linguaggio d’immagine.

L’altezza di sorvolo fa l’inquadratura, non meno di quanto le distanze tra gli oggetti rappresentati facciano l’opera. L’occhio del drone-fotografo cattura geometrie che si formano quando si perde il valore d’uso dei campi (il dettaglio delle specie agrarie) e non si è ancora “formato” il paesaggio indistinto delle macchie di colore utile solo a stupire, ma non a conoscere. Barattini riesce nel doppio intento di creare una documentazione precisa delle forme istituite dal lavoro agricolo e di attuare quella piccola magia linguistica di trasfigurazione del reale propria dell’Arte.

Avvicinandovi alle opere di Stefano Barattini potrete misurare una variante nuova – e distanze … e proporzioni! – di quella specie vivente che chiamiamo Bellezza.

Biografia Stefano Barattini

Fotografia di Alberto Scibona L'umanità è un soggetto umoristico


La fotografia di Alberto Scibona in mostra alla Casa Museo Spazio Tadini dal 24 gennaio al 22 febbraio 2020 con L’Umanità è un soggetto umoristico. L’esposizione comprende una selezione fotografica di più di 40 immagini. Apre al pubblico il 24 gennaio alle ore 18.30 (Spazio Tadini via Niccolò Jommelli, 24). L’ingresso è libero. Apertura da mercoledì a sabato dalle 15.30 alle 19.30. Ogni sabato ingresso visite guidate 7 euro (visita a tutto il museo compresa la mostra permanente di Emilio Tadini). La mostra è a cura di Francesco Tadini e Melina Scalise.

Commedia metropolitana testo di Melina Scalise

Nessuna parola, né narrazione o commedia avrebbe espresso così bene le numerose occasioni umoristiche del caso e del caos metropolitano come le fotografie di Alberto Scibona. Puoi camminare da solo per strada, entrare da solo in una chiesa, visitare da solo un museo e, nonostante questo, scoprire che la città ti sorride sempre e ti parla. Puoi non sentirti mai solo, basta saperla guardare. Là dove l’umanità si concentra, lavora, corre e ti ignora succedono strane convergenze della casualità. Le persone, i loro oggetti, le loro espressioni, il loro vissuto e le loro costruzioni aprono un dialogo sorprendente tra loro. Queste connessioni generano sinapsi interpretative di scene di città che per il fotografo Alberto Scibona sono rapide quanto un click. Le situazioni davanti al suo obiettivo assumono il senso della contraddizione, dell’assurdo e del riso fino a quell’humor che esprime il bisogno comune di saper sorridere del nulla apparente che si genera dal caos.

Nelle sue fotografie trovi una scarpa che ti guarda con il volto di chi vuole mostrarti come ci si sente nel “Svegliarsi col piede sbagliato”,

Alberto Scibona Svegliarsi con il piede sbagliato

trovi il palo a cui vorresti abbracciarti come una bicicletta in cerca di sicurezza,

Alberto Scibona – Stiamo vicini vicini!

impari che non tutte le strade portano a Roma,

Alberto Scibona per tutte le direzioni

scopri che la stampa non rispecchia più le tue alte ideologie,

Alberto Scibona Una vita per i bicipidi

ti sorprendi che il non “desiderare la donna d’altri” può portarti a desiderare la donna di nessuno,  

Alberto Scibona Attrazione Fatale

incontri cani che come umani fanno i bulli del quartiere,

Alberto Scibona – Il mastino ha loro in bocca

che le Chiese svelano conversazioni “dell’altro mondo”

Alberto Scibona – Le vie della rete sono infinite

e che è più facile essere riconosciuti per un nome scritto su uno zaino piuttosto che su un documento d’identità.

Alberto Scibona – Lei non sa che sonno ho io

Dante Alighieri scrisse la Divina commedia per raccontare con parole nuove il caos del suo tempo. Quella commedia in versi oggi la possiamo raccontare con un altro segno e disegno e figura: la fotografia. Un’immagine, senza parole, in silenzio e attraverso un solo sguardo arriva al mondo intero e lo descrive, lo critica e lo trasforma.

Le fotografie affollano i social, il web, i giornali, le televisioni e si moltiplicano esponenzialmente, ma a differenza di chi scatta per affermare il proprio essere e vivere il mondo, un fotografo deve porsi il problema di scegliere in che lingua parlare. L’immagine scelta, postata o stampata deve essere una cifra linguistica, una decisione narrativa.  Alberto Scibona ha scelto di raccontare la commedia umana, soprattutto quella della metropoli, dove l’umanità ha scelto di concentrarsi, di costruire, di lavorare, di progettare, di gestire di più e ancora di più. Milano è certamente l’emblema italiano di questo più, del fare di più. Così le sue fotografie hanno conquistato anche il cuore di uno dei gruppi fotografici social tra i più attivi del capoluogo PhotoMilano, e migliaia di persone apprezzano, tutti i giorni, la sua commedia metropolitana raccontata per immagini. I suoi scatti viaggiano insieme ai suoi titoli esilaranti e scopri che ti appartengono, che lui ha colto il fotogramma del film in cui anche tu sei protagonista, ma distratto sei passato oltre senza accorgerti.

“Umorismo – dice la definizione – è sostantivo maschile, è la capacità di rilevare e rappresentare il ridicolo delle cose, non implica una posizione ostile o puramente divertita, ma l’intervento di un’intelligenza arguta e pensosa e di una profonda e spesso indulgente simpatia umana”.

Ebbene quell’”intelligenza arguta” e “indulgente simpatia umana” appartengono pienamente ad Alberto Scibona fotografo. Dunque cittadini milanesi – e non solo – per ogni caso del caos … “Comunque, buon anno”.

Alberto Scibona – Comunque buon anno

Melina Scalise

Il grande oceano di Alborghetti


Giovedì 16 gennaio alla Casa Museo Spazio Tadini alle ore 20 si presenta il libro di Elisabetta Alborghetti “Il grande oceano”. L’iniziativa è curata dal Rotary Club Milano Precotto San Michele di cui l’autrice è membro e la presenta Antonio Canino che ne è il presidente.

Il romanzo ci porta a riflettere sul tema della morte, argomento con il quale l’uomo contemporaneo difficilmente accetta un confronto perché oggi è molto concentrato nel raggiungere il mito dell’eterna giovinezza vivendo in realtà un’eterna illusione.

La morte è un accadimento necessariamente individuale, ma questo non dovrebbe portare a viverlo in solitudine. Tuttavia questo a volte accade perché non è raro trovare persone, anche amici, che non riescono più a relazionarsi con chi è vicino alla morte.

Heidegger scriveva che la “vita autentica” è quella che vede l’uomo vivere per la morte e quindi che ha sempre ben presente il senso della fine. Un principio per cui l’uomo ridimensiona se stesso ponendosi in relazione con gli altri accettando il limite, riconoscendone le debolezze e l’essere parte integrante di un tutto. Questo significa ribaltare la visione contemporanea del vivere e attribuire un senso alla vita che parte dal dare un senso alla morte. L’autrice è chiaro che si pone il problema del senso della morte nella società.

Nel libro si narra di una persona malata che nel momento di affrontare la morte viene soccorsa da una dama, una figura simbolica che le fa compagnia per sette sere. Questo viene ritenuto un tempo sufficiente per prendere consapevolezza e superare paure.

Si legge nella presentazione del libro :”Il romanzo ha un risvolto surreale che si legge come una favola e che alla fine lascia più fiduciosi e sorridenti. Il tocco è lieve, ma l’approccio è profondo, provocatorio, avvincente e coraggiosamente pratico”.

RECENSIONI

Paolo Testa:“Un libro che mi ha rasserenato e accompagnato delicatamente in una storia di crescita bella e avvincente. Niente di deprimente o rattristante qui dentro. Anzi. Mi sono ritrovato piú fiducioso e sorridente. La trama è intrigante e scorrevole e i personaggi ricchi di fascino. Una bella favola che mi ha aiutato a confrontarmi con le mie paure” 5 stelle

Marta Piccoli: “Ho trovato stupendo, da 10 e lode ” Il Grande Oceano” per delicatezza, profondità e misura, equilibrio e sobrietà insieme. Mi farebbe piacere conoscere, sapere di più dell’autrice e le chiedo gentilmente di tenerne per me ancora una copia  da regalare ad una persona a me cara”

L’autore

Elisabetta Alborghetti, milanese, è laureata in Lingue e Letterature straniere. Parallelamente alla carriera lavorativa, coltiva diverse passioni che la portano agli studi di grafologia, canto lirico e corale, fonologia e recitazione in lingua inglese. Si diploma in counselling (rogersiano) e per 12 anni presta opera di volontariato in un centro di ascolto. Il Grande Oceano è il suo primo romanzo. Per lo stesso editore a dicembre 2019 è uscito il suo secondo romanzo Senza mezze misure, storia di una donna indomabile e della sua rinascita.