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Emilio Tadini: Parlami di lei, tenerAmente forte per i talenti delle donne


Apre il 20 settembre 2020 alle ore 15.30 fino alle 20 la mostra di Emilio Tadini “Parlami di lei: tenerAmente  forte”  a cura di Melina Scalise e Francesco Tadini all’interno del palinsesto I talenti delle donne del Comune di Milano e con il patrocinio di Municipio 3. Un percorso sulla figura femminile che si terrà fino alla fine dell’anno prossimo presso la Casa Museo Spazio Tadini, sede dell’archivio dell’artista. Partendo dalle opere di Tadini scoprirete il mito di Atalanta e di Cerere, La Madonna di Pier Della Francesca, Maria Maddalena, Anna Plurabelle di Joyce, Eva e la moglie dell’artista Antonia.

L’esposizione comprende una selezione di opere pittoriche che rappresentano la donna ed evidenziano il ruolo che l’artista gli conferisce (opere dell’archivio e della Fondazione Marconi). Una mostra affascinante che porta alla visione del femminile nell’arte sacra e alla figura della donna nella letteratura, da Pier Della Francesca a Joyce, che furono fonte di ispirazione per Emilio Tadini. Il trittico centrale della mostra è “Il pittore del parto e le donne fecondanti” che vede al centro della tela una figura maschile creatrice e ai lati delle figure femminili identificate dall’artista come “donne fecondanti” e quindi con una funzione maschile e non femminile. Un’opera che tocca temi interessanti come la fecondità, il concepimento, il rapporto con il corpo, la Madonna, la musa ispiratrice dell’artista.

A completare il percorso alcune letture del testo teatrale di Emilio Tadini “La deposizione” (Einaudi 1997). Un’opera che fu messa in scena al teatro Franco Parenti nel 1997 per la regia di Andrèe Ruth Shammah interpretata da Anna Nogara. L’opera tadiniana è il monologo, per l’appunto, “la deposizione” di una donna accusata di aver ucciso sette uomini di cui non sono stati trovati i cadaveri. Un testo emblematico e altamente simbolico che ha un doppio finale: il lettore può leggere l’assoluzione o la condanna. In tempi ormai lontani, Tadini si poneva il problema del corpo della donna, del suo valore sociale, del suo essere vittima o carnefice.

Durante la mostra sono previste visite guidate e convegni a cura di Melina Scalise, psicologa e studiosa della simbologia nell’opera di Emilio Tadini grazie alla disponibilità dell’archivio eredi.

La mostra presso la Casa Museo Spazio Tadini è a ingresso gratuito. Le visite guidate sono a pagamento (7 euro) e si svolgono da mercoledì a venerdì su prenotazione (museospaziotadini@gmail.com), mentre ogni sabato a intervalli di un’ora e mezza a partire dalle 15.30.

Il 20 settembre inaugureranno presso la Casa Museo Spazio Tadini altre due mostre sul tema femminile che sviluppano alcuni temi iconografici della donna nell’arte correlate anche alla poetica di Emilio Tadini. La mostra PARLAMI DI LEI: DIALOGO A DUE vede in esposizione opere di due autori contemporanei. Si tratta di un uomo e una donna: Mario de Leo che presenta una serie di ritratti femminili della sua serie: Figura amazzonica toccando il tema di Madre Terra e Francesca Magro che presenta una seri di tele sul tema del corpo della donna, “Il corpo e la carne”.

Breve Biografia Emilio Tadini

Emilio Tadini nasce a Milano nel 1927. Si laurea in lettere. Nel 1947 esordisce sul “Politecnico” di Vittorini con un poemetto cui fa seguito un’intensa attività critica e teorica sull’arte ( Possibilità di relazione 1960, Alternative attuali 1962, l’ampio saggio L’organicità del reale, su “Il Verri”).

Nel 1963 esce il suo primo romanzo, L’armi, l’amore (Rizzoli), cui seguono nel 1982 il secondo L’opera (Einaudi), nel 1983 La lunga notte, (Rizzoli ), nel 1992 il libro di poesia L’insieme delle cose (Garzanti), nel 1993 l’ultimo ‘romanzo La tempesta (Einaudi) da cui è stata tratta una versione teatrale. Nel 1995 il saggio L’occhio della pittura (Garzanti), nel 1997 La Deposizione (Einaudi) e nel 1998 il saggio La distanza (Einaudi). Vedi altre informazioni sui libri

Al lavoro critico e letterario affianca fin dalla fine degli anni ’50 il lavoro della pittura. La sua prima esposizione personale è del 1961 alla Galleria del Cavallino di Venezia. Fin dagli esordi, Tadini sviluppa la propria pittura per grandi cicli, costruendo il quadro secondo una tecnica di sovrapposizione di piani temporali in cui ricordo e realtà, tragico e comico, giocano di continuo uno contro l’altro.

Tiene esposizioni personali all’estero, Parigi, Stoccolma, Bruxelles, Londra, Anversa, Stati Uniti e Sudamerica, sia in gallerie che in spazi pubblici e musei. E’ presente inoltre in numerose collettive. Nel 1978 e nel 1982 viene invitato alla Biennale di Venezia. Nel 1986 tiene una grande esposizione alla Rotonda della Besana a Milano dove espone una serie di tele che preannunciano il ciclo dei Profughi e quello dedicato alle Città italiane,poi presentato nel 1988 alla Tour Fromage di Aosta. Nel 1990 espone allo Studio Marconi sette grandi trittici. Del 1992 è la mostra Oltremare alla Galerie du Centre di Parigi e nel 1993 inaugura una mostra con nuove opere allo Studio Marconi di Milano.

Nel 1995 alla Villa delle Rose di Bologna vengono presentati otto grandi trittici de Il ballo dei filosofi. A partire dall’autunno 1995 fino all’ estate 1996 una grande mostra antologica e itinerante ha avuto luogo in Germania nei musei di Stralsund, Bochum e Darmstadt accompagnata da una monografia a cura di Artura Carlo Quintavalle. Nel 1996 la mostra de Il ballo dei filosofi viene presentata alla galleria Giò Marconi. Tadini diventa commentatore del Corriere della Sera edal 1997 al 2000 è stato presidente dell’Accademia di Brera. Nel 1997 espone presso la Galerie Karin Fesel a Düsseldorf, la Galerie Georges Fall a Parigi e il Museo di Castelvecchio a Verona. Gli ultimi cicli dipinti sono quelli delle Nature morte e delle Fiabe chenel 1999 sono state presentate alla Die Galerie di Francoforte. Nel 2001 la città di Milano gli ha reso omaggio con una mostra antologica Emilio Tadini. Opere 1959/2000 a Palazzo Reale. Sempre nel 2001 in aprile si tiene la mostra di acquerelli Le figure le cose alla Galleria Giò Marconi di Milano.

Biografia Melina Scalise

Ph Manenti

E’ titolare della Casa Museo Spazio Tadini e responsabile dell’archivio dell’artista Emilio Tadini. E’ giornalista professionista, psicologa, blogger, curatrice d’arte, organizzatrice di eventi, esperta di comunicazione aziendale e ambientale ed è stata anche mediatore civile. Ha lavorato per Il Giorno come cronista per sette anni, ha ideato le prime campagne di comunicazione ambientale in Italia con il più importante gruppo privato del settore rinnovabili ricevendo riconoscimenti per le sue campagne di comunicazione ambientale inventando la prima Ecoteca (biblioteca itinerante sull’ambiente) e progettando un prototipo di “Slotmachine” a rifiuti. Suoi testi sono stati pubblicati su diversi libri, riviste e cataloghi d’arte e di poesia anche internazionali, ultimo 17 Graffi, in memoria delle vittime di Piazza Fontana. Dal 2006, insieme al marito Francesco Tadini, ha aperto la Casa Museo Spazio Tadini in memoria di Emilio Tadini. Oggi è un museo privato tra i più vivaci di Milano per la proposta artistica e culturale.

Per ulteriori informazioni e prenotazioni per le visite guidate

museospaziotadini@gmail.com

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francesca magro e mario de leo dialogo a due


Il Comune di Milano ha dedicato il palinsesto del 2020 alle donne e la Casa Museo Spazio Tadini ha deciso di proporre un approfondimento sulla figura femminile nell’arte fino ai giorni nostri. Si parte dal lavoro di Emilio Tadini, con la mostra Parlami di lei tenerAmente forte con riferimenti alla storia dell’arte e alla letteratura fino al 900 e si termina con due artisti contemporanei: Mario di Leo e Francesca Magro con la mostra Parlami di Lei Dialogo a due.

I due autori, presentano una visione del femminile molto particolare sottolineando interrogativi aperti sul maschile e femminile oggi: Mario De Leo lavora sul tema della Figura Amazzonica riflettendo sugli archetipi e Francesca Magro sul corpo e la sua simbologia con la serie di opere Il corpo e la carne.

Mario De Leo, da uomo, rincorre la donna mito, la donna che dialoga con l’Universo e si ammanta di sacralità, mentre Francesca Magro, da donna, parte dal corpo, mette in discussione l’oggetto e soggetto condiviso dagli uomini quanto dalle donne: il corpo femminile, ovvero quel corpo che ognuno di noi ha vissuto, anche solo in parte, nell’arco della sua vita. La donna della Magro è bionica, è una donna di un futuro possibile e la astrae fino all’eccesso aprendo una riflessione anche sulla biotica e il futuro dell’Umanità. L’elemento tecnologico è comune in entrambi, come elemento imprescindibile della contemporaneità. In De Leo si fa suono e musica del cosmo, in Magro si fa sostituto della carne che perde espressione, dialogo e forse futuro.

I testi che accompagnano le presentazioni delle singole mostre spiegano come entrambi questi artisti entrano in dialogo con Emilio Tadini e con i maestri dell’arte che li hanno preceduti.

Mario De Leo Figura Amazzonica

Tratto dal testo di Melina Scalise Figura Amazzonica

La figura amazzonica è uno dei primi cicli pittorici in cui l’artista Mario De Leo sperimenta l’uso di frammenti di circuiti elettrici nella composizione iconografica dell’umano. Non è un caso che inizi dal volto femminile e questo lo chiami figura. E’ una scelta che potremmo interpretare alla maniera di Emilio Tadini. Per quest’ultimo la madre è il primo volto che impariamo a riconoscere e ci appare come una figura perché è solo rappresentazione della “condizione originaria” ovvero quella in cui non avevamo ancora sperimentato l’esperienza della distanza e quindi della separazione dal corpo materno.  (La distanza, Emilio Tadini Einaudi)

Per Mario De Leo cominciare dalla donna è quindi come dare nascita a una nuova dimensione che segna una nuova era. E’ una figura che rappresenta la generazione di un nuovo mondo dominato dal linguaggio elettronico e dal suono, che l’artista esprime attraverso l’inserimento sulla tela di circuiti elettrici. Lo sviluppo tecnologico e l’uso dell’energia elettrica costituiscono una svolta per l’umanità che l’artista enfatizza negli anni 80 quasi presagendo la contemporanea comunicazione via web….. In questa serie Mario De Leo riconosce dunque alla figura femminile sia un ruolo primordiale e determinante per la nostra nascita e identità, sia un ruolo da combattente. Una donna dunque volitiva, determinata, addestrata alla difesa prima ancora che all’accudimento e alla devozione verso il figlio o marito. Amazzonia poi richiama alla memoria anche l’Amazzonia in Brasile la zona forestale più estesa del Pianeta cosiddetta “polmone del mondo”. Nel nostro immaginario quindi questa parola e di conseguenza questa “figura amazzonica” evoca anche una Madre Terra protettrice della vita…..” (leggi tutto)

Francesca Magro Il corpo e la carne

Tratto dal testo di Melina Scalise Il corpo e la Carne

Il lavoro artistico di Francesca Magro, docente d’arte, ha attinto da questo immaginario del femminile nell’arte e nelle rivoluzioni sociali femministe del 900 e, come donna e artista ha scelto di parlare del corpo in un modo singolare e innovativo. I suoi lavori si presentano in prima istanza come denuncia della donna-oggetto e di un ruolo della donna “bambola” enfatizzato ancor più negli anni 80, sia nel linguaggio televisivo, che della pubblicità e della moda nonostante le conquiste della rivoluzione femminile. Francesca Magro sente l’urgenza di strappare ferocemente quel corpo femminile da tutto ciò che è modello estetico stereotipato esasperato anche dalla chirurgia estetica, ma anche dal sacro e simbolicamente angelicato per riportarlo alla carne e alla manipolazione della carne fino alla sua trasformazione artificiale (corpo bionico).

La sua frammentazione del corpo e dell’anatomia perde qualsiasi vezzo estetico e “sacro”. Oggi, nel 2000, la donna di Francesca Magro sembra in costante mutamento e costruzione, come un palazzo con delle impalcature il cui lavoro cerca di coniugare antropico e naturale, come quello dell’uomo sulla superficie terrestre, sulla “pelle” di Madre Terra. E’ un corpo possibile senza alcuna restrizione etica, materia da plasmare in cui la stessa donna sembra esserne autrice perché la Magro non raffigura esseri agenti su questi corpi. La ricerca di una Super Donna? Di una donna nuova? O semplicemente la distruzione della donna e della Terra insieme? Gli uomini sono quasi assenti o presenti in altre sembianze come nella serie dedicata al mito di Leda che si accoppia con un cigno (Zeus) e partorisce un uovo e quindi viene fecondata a tradimento: come una fanciulla ingannata dal suo giocattolo. Tuttavia, nella maggior parte delle opere i figli sembrano addirittura possibili senza la presenza dell’uomo: metà uomini e metà robot a loro immagine e somiglianza. La donna sembra artefice e vittima di sè stessa in una sorta di delirio tecnologico di dominio sulla Natura da cui sembra cercare di prendere le distanze e rompere il legame simbolico madre-terra nonché biologico con la ciclicità della Natura”. (leggi tutto)

Mario De Leo (1944 Ruvo di Puglia)

Pittore e musicista vive a Monza e ha lo studio a Lissone. Suoi lavori sono presenti in collezioni permanenti di istituzioni museali in particolare Italia e negli Stati Uniti. L’ultima acquisizione nel 2013 alla Galleria d’Arte Contemporanea di Mosca con tre opere e l’ultima mostra nel 2018 presente al Red Dot Miami Fair su selezione del direttore Rich Ferrante. La Casa Museo Spazio Tadini ha ospitato altre due mostre dell’artista.

Francesca Magro (Bergamo)

Artista internazionale espone dall’84 in Europa, Asia e USA. Sue opere figurano in collezioni e musei in Italia e all’estero. La sua ricerca è incentrata sul rapporto corpo/mente e sulle trasformazioni che il contesto attuale produce su di esso. Ha al suo attivo numerose pubblicazioni sulla sua ricerca artistica nonché collaborazioni con Enti ed Università. Vive e lavora ad Arese. http://www.francescamagro.it Instagram: francescamagroartist

CASA MUSEO SPAZIO TADINI

PARLAMI DI LEI: DIALOGO A DUE

FRANCESCA MAGRO E MARIO DE LEO

DAL 28 FEBBRAIO AL 28 MARZO

APERTURA DA MERCOLEDÌ A SABATO DALLE 15.30 ALLE 19.30, DOMENICA SOLO SU PRENOTAZIONE PER VISITE GUIDATE.

INGRESSO LIBERO, VISITE GUIDATE A PAGAMENTO 7 EURO. IL SABATO VISITE GUIDATE A INTERVALLI DI UN’ORA SENZA PRENOTAZIONE.

PER INFORMAZIONI E DETTAGLI: www.spaziotadini.com

Contatti: museospaziotadini@gmail.com

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La fotografia Di Barattini: Geometrie Rurali


La mostra fotografica di Stefano Barattini Geometrie Rurali che inaugura il 24 gennaio alla Casa Museo Spazio Tadini di Milano vi stupirà perchè vi proporrà il paesaggio visto da una nuova distanza, quella giusta per trasformarlo in segno, in significato, in un linguaggio che non avete mai visto.

Stefano Barattini Geometrie rurali – La distanza della bellezza a PhotoMilano / Spazio Tadini dal 24 gennaio al 22 febbraio 2020; a cura di Francesco Tadini, Melina Scalise, Federicapaola Capecchi. Inaugurazione venerdì 24 gennaio dalle ore 18.30 (Spazio Tadini via Niccolò Jommelli, 24). Ingresso libero. Orari: da mercoledì a sabato dalle 15.30 alle 19.30. Domenica pomeriggio aperti su prenotazione, per gruppi di almeno 4 persone.

Stefano Barattini

Testo di Francesco Tadini:
“Stefano Barattini – La distanza della bellezza”

Avvicinandomi a un oggetto complesso posso esaminare le sue componenti. Se me ne allontano conosco la totalità della sua forma. Ma un oggetto – qualunque oggetto – non si da nello spazio se non in relazione ad altri oggetti. Ed è, ancora, da una certa distanza che posso conoscere il territorio (lo spazio misurabile) di tali oggetti.

Il metodo non cambia molto se prendo in considerazione un accadimento (anche minuscolo): vivendolo al presente ne sono testimone diretto. Prendendolo in esame in seguito – a una minima distanza temporale – conoscerò quello che non ho vissuto dal mio limitato punto di esperienza e che riguarda la totalità dell’accadimento. Ma è solo ad una distanza superiore che sarò in grado di conoscere le premesse e le relazioni di quell’accadimento con altri “eventi storici”.

Stefano Barattini

La Geometria e la Storia dipendono dalle distanze. E dal nitore – riconoscibilità – delle loro fonti. Chi se ne occupa lo sa. E sa far luce, sulle relazioni che prende in esame, aprendo allo sguardo un campo visivo, per così dire, mobile. Allacciando nessi e inquadrando problemi.

Stefano Barattini, fotograficamente, mette in atto una ricerca molto vicina a queste e lo fa quando si occupa di aree industriali abbandonate così come – in queste foto di eclatante bellezza – di campagne coltivate.

Con le serie fotografiche dedicate alle aree industriali in disuso, Barattini ha esplorato una sorta di mondo parallelo a quello del tempo presente, regalandoci grandi immagini che evocano altre epoche produttive e, non di meno, la capacità della Natura di riprendere – in misure variabili – possesso di un territorio dal quale sembrava relegata a “distanza di sicurezza”.

Con la mostra “La distanza della bellezza” il fotografo apre un campo d’indagine – di inedita modernità – utilizzando i droni. Pur ricordando che la fotografia aerea ha più di un secolo, la novità sta nell’unione del mezzo con l’autore. Il drone non è pilotato da terzi, con i quali l’autore delle immagini debba comunicare. L’occhio del drone è mosso dalle mani stesse del fotografo. E’ prolunga tecnologica della sua capacità di osservare e catturare la realtà. E’ un obiettivo fotografico a tutti gli effetti.

Stefano Barattini

La capacità e la qualità autoriale di Stefano Barattini emerge clamorosamente dalle fotografie per due ragioni complementari (e assenti nelle quasi totalità delle fotografie in circolazione realizzate con i droni). La prima è di carattere culturale ed è legata ai sui studi alla Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano. La seconda, decisiva, alla misura estetica che gli impone di escludere da ogni opera ciò che non è strettamente necessario al discorso. Un millimetro in più sarebbe decorativo e ridondante. Un millimetro in meno insufficiente a reggere la grammatica di questo linguaggio d’immagine.

L’altezza di sorvolo fa l’inquadratura, non meno di quanto le distanze tra gli oggetti rappresentati facciano l’opera. L’occhio del drone-fotografo cattura geometrie che si formano quando si perde il valore d’uso dei campi (il dettaglio delle specie agrarie) e non si è ancora “formato” il paesaggio indistinto delle macchie di colore utile solo a stupire, ma non a conoscere. Barattini riesce nel doppio intento di creare una documentazione precisa delle forme istituite dal lavoro agricolo e di attuare quella piccola magia linguistica di trasfigurazione del reale propria dell’Arte.

Avvicinandovi alle opere di Stefano Barattini potrete misurare una variante nuova – e distanze … e proporzioni! – di quella specie vivente che chiamiamo Bellezza.

Biografia Stefano Barattini