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Margot Minnelli fotografata da luciano bambusi


Mostra fotografica di Luciano Bambusi sulla vita di Margot Minnelli, che ha scelto di vivere da donna e di interpretare sulla scena internazionale dive come Marilyn Monroe, Lize Minnelli, Marlen Dietrich, Carmen Miranda. Alla casa museo Spazio Tadini dal 19 settembre al 20 ottobre l’esposizione apre al pubblico il 19 alle ore 18.30 con ingresso libero, in collaborazione con il Consolato Brasiliano

Trentacinque fotografie che raccontano uno stile di vita che non si sofferma sulla transessualità.

l mio nome anagrafico è Airton, a San Paolo, a scuola, mi chiamavano Fiorellino – racconta Margot -. A quindici anni ho capito che mi sentivo donna. In Brasile e in Italia ho studiato teatro e regia cinematografica, ma non è facile trovare un lavoro se vuoi vivere da donna. Per non rinunciare alla mia identità sessuale ho perso molte opportunità. Per vivere ho dovuto svolgere diversi lavori tra cui alcuni gratificanti come recitando in teatri di diversi paesi del mondo e ricoprendo alcuni ruoli cinematografici. Per trovare un mio posto al mondo ho dovuto inventarmi. Grazie agli studi teatrali ho studiato il profilo di alcune dive di Hollywwod e ne ho individuate alcune su misura per me anche per caratteristiche somatiche. Ormai convivo con queste identità femminili Marlene Dietrich, Marilyn Monroe, Carmen Miranda e Liza Minnelli su cui svolgo costantemente ricerche e riproduco anche i loro abiti di scena . Su Carmen Miranda ho organizzato anche una mostra in collaborazione con il Consolato Brasiliano”.

La fotografia di Luciano Bambusi è in bianco e nero, in pellicola, e conserva un sapore senza tempo che concentra l’attenzione sulla storia del personaggio. Cinque anni di lavoro e di collaborazione al progetto fotografico fanno di questa mostra un esempio di narrazione fotografia di stile biografico.

Il fotografo Bambusi, milanese, ama un uso della fotografia documentativa e narrativa, che arriva a indagare non solo personaggi come nella mostra su Piero Mazzarella, sempre a Spazio Tadini, ma anche luoghi e costumi come il libro su Orgosolo (Sardegna), Un Paese, la gente, a cura di Roberto Mutti.

In mostra è disponibile un catalogo dell’esposizione con il testo di Melina Scalise.

Intervista a cura di Melina Scalise

“Ho conosciuto Margot per caso ad un suo spettacolo al Borgo del Tempo Perso con qualche scatto veloce e improvvisato. Un volto, un personaggio che mi aveva colpito. Il caso volle che la incontrassi di nuovo e le chiedessi se desiderava vedere le foto. Scoprii la sua passione per il cinema, la musica e la scena e, non ultima, la fotografia. Ci trovammo d’accordo sul mio modo di intenderla e nacque l’idea di questo progetto fotografico durato 5 anni”. Così Luciano Bambusi, parla di questo lavoro che riproduce il suo modo di concepire la fotografia ovvero come strumento di narrazione dell’uomo e sull’uomo.

“Nella fotografia non riporto un’immagine, ma il mio pensiero” è così Luciano Bambusi, in questa raccolta di scatti, struttura un racconto quasi cinematografico con una sequenza narrativa precisa. Le foto si presentano in bianco e nero. Sono essenziali, come l’inchiostro di una penna che non ha bisogno di colori per la sua narrazione di parole. L’immagine, in questi scatti, come la parola, racconta.  L’immagine è segno e disegno. “Il bianco e nero – spiega Bambusi – restituisce meglio la specificità umana.  Non offre distrazioni”.

La protagonista di questo racconto è Margot Minnelli, personaggio dalle molteplici vesti: Marlene Dietrich, Marilyn Monroe, Lize Minnelli, Carmen Miranda. Nasce Airton, a San Paolo del Brasile, presto si scopre donna e diventa nella vita semplicemente Margot calcando la scena nei luoghi più diversi sulle navi da crociera, nei teatri e al cinema dando espressione ai suoi studi teatrali nell’unico modo che le era concesso in una società che lascia poco spazio a chi è “diverso”: se si è un uomo che si veste da donna si rischia di essere visti solo come “oggetto” sessuale, ancor più che per una donna. Così tutte le sfaccettature di queste persone sono fagocitate dalla “questione sessuale”.

Non potevo svolgere un lavoro “normale” né da attrice, né da grafica o altri mestieri – racconta Margot – così ho cercato delle identità femminili da interpretare. Ho studiato il loro volto, la loro vita, i loro gesti e quelli più vicini alla mia figura e alla mia personalità sono diventate i miei personaggi. Non c’è dunque un travestimento, ma una vera e propria ricerca filologica prima e un’interpretazione attorale poi.  Questo mi differenzia. Ripropongo questi miti femminili senza tempo realizzando persino i loro costumi di scena con rigore e ricerca tanto che ho curato, con foto ritrovate da me, una mostra su Carmen Miranda presso l’Istituto di cultura Brasiliano a Milano. Regalo al mio pubblico e a me stessa l’illusione, un sogno e queste donne sono ormai parte di me”.

I personaggi femminili scelti da Margot sono icone senza tempo e incarnano un’immagine di seduzione della donna che nasce dalla relazione tra l’immagine e la voce e supera le differenze tra i sessi. Pensiamo ad esempio quanto sia rimasta nell’immaginario collettivo l’interpretazione di Happy Birthday di Marilyn al compleanno di Kennedy. Il fascino di queste dive che tanto ancora stimolano il nostro immaginario riproducono quella stretta relazione inconscia che esiste tra la voce e il femminile, ovvero tra la voce di una madre, capace di portare chiunque a “casa” e di sedurre in modo incantevole, “per incanto”. Come un canto delle Sirene il cui sesso rimane “sommerso”, né donna e né pesce.

In queste foto che raccontano Margot l’intimità della sua casa, le relazioni nel back stage del palcoscenico, la “vestizione” e l’interpretazione sul palco, Luciano Bambusi è riuscito a raccontare la potenza femminile capace di scaturire dal corpo a prescindere dal sesso e nonostante tutte le contraddizioni e le difficoltà, quella di Margot Minnelli è una femminilità felice e riuscita.

Il fotografo è riuscito a far uscire Margot dallo stereotipo che vede gli uomini che si vestono o sentono donne, come caricature e maschere grottesche del femminile. La sua fotografia narra con la delicatezza del poeta.

“Scatto in pellicola e in bianco e nero. Della pellicola amo l’indeterminatezza dell’immagine e la sua profondità di campo. Ne amo il “rumore”, la sua luce diffusa che tanto si perde negli scatti al digitale e la capacità di creare volume all’immagine. L’immagine in queste foto non si discosta dalla visione umana” – spiega Luciano Bambusi.

Ebbene ad evidenziare questo è la gamma dei grigi, i riflessi della luce, i tagli che danno movimento, ma ancor più la netta percezione del tempo. Sì, perché innanzitutto in quegli scatti in pellicola c’è tutto il tempo dell’uomo: c’è il modificarsi continuo dell’immagine ai nostri occhi, è contenuto quel lasso temporale che corre tra l’oggetto e l’occhio e tra l’occhio e l’organo del pensiero. In questo luogo ancora misterioso l’immagine si sgrana di nuova luce e si ricompone di senso e di ragionamento e d’emozione. Nelle foto di Bambusi la grana dell’immagine è della stessa materia del ricordo (che verrebbe falsato dalle linee nette altamente performanti del digitale), ma soprattutto di sentimenti per lasciare traccia.

Cinque anni di lavoro. Un tempo lento, un lavoro più sulla persona che sull’Immagine di Margot, sulla sua femminilità selezionata e liberata. La fotografia di Bambusi è il risultato di un dialogo, soprattutto di un rapporto di fiducia e questo è l’elemento fondamentale e imprescindibile per realizzare un lavoro simile.

Questa fotografia parla di momenti in cui ci si lascia guardare e altri in cui si osserva la vita degli altri, parla della ricerca e della scoperta di cosa li porta a muoversi e vivere ed essere al mondo così come sono. E’ un confronto, un dialogo che passa attraverso le immagini e si traduce in un risultato fotografico che rivela fino in fondo l’efficacia del conoscersi e non solo del “vedersi”.

Melina Scalise

La mostra è stata realizzata in collaborazione con il Consolato Brasiliano a Milano

E con il contributo di

Scarica comunicato stampa

Emilio Tadini, Profughi: dal 27 febbraio al 20 aprile 2019


Esposizione di un ciclo pittorico emblematico ed estremamente attuale di Emilio Tadini (anni 80/90). Accompagnato da 69 tra artisti e fotografi contemporanei che raccontano questa umanità in viaggio nell’era globale.  Una mostra per parlare di profughi non solo nelle sedi della Politica, ma anche e soprattutto in quelle della Cultura. LA MOSTRA DEI TRITTICI DI EMILIO TADINI E’ STATA PROROGATA FINO AL 30 GIUGNO CON IN VISIONE IL VIDEO DELLA COLLETTIVA.

Comunicato Stampa Profughi 

A cura di Francesco Tadini

e Melina Scalise

La mostra ha il patrocinio del Comune di Milano e del Municipio 3 ed è realizzata con la collaborazione di Fondazione Marconi. 

Erano gli anni ‘80/’90 quando Emilio Tadini realizzò una serie di opere pittoriche dedicate ai profughi. Tadini raccontava l’Uomo e, in quella serie, evidenziava quanto l’essere profugo sia insito nella condizione dell’Uomo. Per Tadini la gestione del cambiamento e della perdita è un processo che tutti nella vita devono elaborare a cominciare dalla nascita con il distacco dal corpo materno, con l’esperienza della Distanza (Emilio Tadini, Rizzoli 1998).

L’esperienza dell’Uomo è senza tempo e senza patria: un’eterna ricerca della condizione migliore e fanno parte di questa ricerca il viaggio, il sogno, l’amore. Dalla fine degli anni Ottanta fino ai primi del 90 Tadini elabora un profonda riflessione sull’essere profughi che lo portano a realizzare a seguire il ciclo Oltremare (ispirate ad Ulisse) e le Fiabe, partendo da La fiaba de niente. Inoltre scrisse nel 1993 il celebre romanzo La tempesta il cui protagonista è Prospero, un uomo colpito dalle vicissitudini della vita che si trincea nella sua casa per opporsi allo sfratto.

Nel periodo in cui realizzo il ciclo Profughi, Emilio Tadini fu molto colpito dai grandi cambiamenti politici e sociali. Nel 1989, anno della caduta del muro di Berlino, realizzò un ciclo di trittici ispirati a Max Beckmann. Per Tadini la storia si ripeteva. Rivedeva in quei cambiamenti sociali che poi portarono anche alla guerra in Jugoslavia, i tempi della guerra quando era bambino e frequentava il ginnasio e trascorreva più tempo nel rifugio che in aula. In particolare gli rimase impresso nella memoria il rischio che corse suo padre quando, da fervente cattolico qual era, si inginocchiò a pregare davanti a dei morti in Piazzale Loreto, tra cui c’era una insegnante. Lui, orfano di madre da quando aveva 6 anni, in quel momento colse quanto l’ideale di un uomo possa prevalicare sul tutto e stravolgere la vita degli altri.

In quella Milano di lutti e di bombardamenti metteva radici in Tadini la voglia di ricostruzione e la fame di giustizia e di benessere che poi appartenne a tutta la generazione del dopoguerra.

Nella serie Profughi i personaggi di Tadini sono persone che come pacchi si muovono in spazi in assenza di gravità con dei cartellini attaccati addosso. Uomini ed oggetti, insieme, sono in uno spazio aereo e privo di gravità. Non c’è territorio di appartenenza c’è solo il viaggio. Un percorso da fare insieme alle cose, quelle che per Tadini rimangono oltre l’uomo a significare ciò che c’era. Presenze e assenze. Nature morte che parlano di noi e raccontano storie di vita terrena. A volte sono fardelli da cui non riusciamo a separarci e ci sono pesci sugli alberi a ricordarci lo stravolgimento dei luoghi e l’atto estremo di sopravvivenza e di non rinuncia alla vita.

La collettiva Profughi:

l’Umanità in viaggio nell’era globale

Gli artisti esposti sono 69 su più di 100 partecipanti. Saranno in mostra pitture, sculture, fotografie e video inediti. I visitatori avranno stimoli di riflessione e approfondimenti sul tema anche con incontri e visite guidate rivolte anche alle scuole.

Chi sono i Profughi oggi? Lo raccontano artisti e fotografi contemporanei. Un viaggio tra persone, popoli e città, tra passato, presente e futuro a descrivere questa umanità in viaggio. Un percorso alla ricerca del benessere, all’inseguimento di un sogno, di fuga dal passato. Troverete sguardi sui profughi, sguardi sull’uomo. Gli artisti e fotografi in mostra

Anna Mireles
Andrea Brera
Andrea Marchegiani
Anna Roberto
Bruno Baldari
Laura Caligiuri
Cesare Augello
Chiara Pellegrini
Daniela Carcano
Daniela Loconte
Jonathan Brioschi
Daniele Lentini
Diego Ariel Ayala
Diego Bardone
Elena Galimberti
Eleonora Prado
Elisabetta Gatti Biggi
Emanuele Cortellezzi
Ernesto Terlizzi
Fabiana Baccinello
Federico Ferrari
Federico Marcoaldi
Fiorella Cicardi
Francesco Falciola
Fulvio Tornese
Gianfranco Bellini
Gianni Pezzotta
Giovanna Paolillo
Giovanni Paolini
Isa Locatelli
Isabella Rigamonti
Lino Giussani
Lorena Tortora
Luca Barovier
Lucio Perna
Luigi Lusenti
Maria Grazia Scarpetta
Maria Luisa Paolillo
Maria Piera Branca
Marina Carboni
Marina Labagnara
Mario de Leo
Marisa di Brindisi
Massimo Ronchi
Mera
Mimma Livini
Mirko Lamonaca
Mirko Torresani
Mohamed Karimi
Monica Sori
Nuccio Zicari
Pamela Napoletano
Paolo Robaudi
Silvana Pincolini
Roberta Ferrari
Roberto Ferrigno
Roberto Manfredi
Romano Campalani
Romina Pilotti
Alberto Scibona
Silvia Questore
Silvia Senna
Gianfranco Testagrossa
Tobia Ravà e Abdallah Khaled 
Mayoor Lucio Tosi 
Veronique Pozzi
Walter Ciceri

Oggi quella Milano e quell’Italia di guerra, ricostruita, in cui aveva messo radici l’attenzione di Tadini sul tema, è tra le Nazioni del mondo meta di popoli che fuggono da altre nazioni in cui regna la guerra, l’orrore, la fame.

Quell’essere profughi è l’odissea di un’umanità che non è mai riuscita di fare di una terra, la propria terra, quasi quanto nessuna patria è mai riuscita ad essere più importante e sovrana di una madre terra.

Questi sono tempi di contraddizioni in cui mentre la politica si allarma a difesa di confini, culture e religioni, madre Terra richiama tutti all’ordine e a una visione unitaria con i suoi cambiamenti climatici.

Ebbene proporre oggi una mostra sul tema Profughi, partendo dagli stimoli e dalle riflessioni di Tadini e del suo Novecento, ci sembra più che mai attuale.

In questo Duemila chi sono i profughi? Quali sono i cambiamenti, le perdite, i rischi di questa umanità che corre, che si ammassa nelle metropoli, orfana di ideali ed utopie, che cerca nuove forme di sostentamento e teme per il futuro di tutta la Terra? Lo abbiamo chiesto a fotografi e pittori per raccontarla, rappresentarla, aiutarci a vederla tutta insieme questa umanità in viaggio.

Dal 27 febbraio al 20 aprile 2019 alla Casa Museo Spazio Tadini i visitatori potranno avere un percorso ricco di stimoli e riflessioni, da Tadini agli artisti e fotografi che raccontano cosa significa essere profughi oggi, fino ad un reportage fotogiornalistico sui profughi siriani di Simone Margelli, a cura di Federicapaola Capecchi.

 

Al Mafraq Close to home è un progetto realizzato a quattro mani da Simone Margelli, fotoreporter insieme ad Enrico Nardi, giornalista. Racconta storie di fuga e di accoglienza di alcune famiglie siriane. Yahia, Fatima, Ahmed, Ibrahim, Sali e Hassna hanno aperto le loro abitazioni per condividere l’esperienza dell’esilio e delle nuove vite che si sono dovuti costruire. Testimonianze che regalano un punto di vista reale di cosa sia stata la Primavera Araba, la guerra, le contraddizioni di un conflitto di tali dimensioni. E di cosa sia l’accoglienza in un paese, la Giordania, che ha visto arrivare dal 2011 670 mila emigrati siriani; un paese dove, però, la lingua, la cultura e la religione sono patrimoni comuni a entrambe le popolazioni. Al Mafraq Close to home è inserita nel Festival Fotografico Europeo 2019.

La mostra si avvale del supporto di “PHOTOMILANO Agenzia – Comunicazione, Fotografia, Arte e Cultura” che si occupa della comunicazione e ufficio stampa dell’evento nonché della diffusione della mostra presso altre sedi.

PROFUGHI

Spazio Tadini Casa Museo

27 febbraio – 20 aprile 2019

Via Niccolò Jommelli 24, 20131, Milano – MM1 Loreto, MM2 Piola – Bus 62,81

http://www.spaziotadini.com

Orari apertura Casa Museo: dal mercoledì a domenica 15:30/19:30 lunedì e martedì: chiuso

Per visite guidate per scuole prenotarsi a museospaziotadini@gmail.com

INFO PER LA STAMPA

Melina Scalise museospaziotadini@gmail.com; Federicapaola Capecchi federicapaola@spaziotadini.it

COMUNICAZIONE, PROMOZIONE E UFFICIO STAMPA PhotoMilano Agenzia

Elisabetta Gatti Biggi elisabettalgatti@gmail.com

Origami tra arte e scienza in mostra a Milano


La prima mostra sugli origami che ne racconta le origini, l’evoluzione, il significato, l’espressione artistica e tecnologica fino ai moderni impieghi nell’ingegneria aerospaziale, nella chirurgia, nell’ingegneria e nell’architettura. Dall’arte alla scienza in un percorso espositivo di taglio internazionale che comprende anche laboratori, convegni, incontri didattici. Tutto questo presso la Casa Museo Spazio Tadini dal 20 ottobre al 16 dicembre 2018, via Niccolò Jommelli, 24 con il Patrocinio del Comune di Milano, del Municipio 3, la collaborazione del Politecnico di Milano e Torino e Centro Diffusione Origami.

La mostra è curata da Melina Scalise e Francesco Tadini con la collaborazione dei Politecnici di Milano e il Politecnico di Torino, nello specifico il Dipartimento di Architettura e Design e di Scienza Matematiche G.L. Lagrange. Sponsor tecnici il Centro Diffusione Origami e Pubblistampa, Arti grafiche edizioni che, per l’occasione presenterà  il libro Origami tra Arte e scienza che segue il percorso concettuale della mostra. SCARICA Comunicato Mostra Origami tra arte e scienza

A4 Locandina BD

L’esposizione è costituita da un percorso scientifico e divulgativo e uno d’arte con in mostra i lavori di: Paolo Bascetta, Alessandro Beber, Elisabetta Bonuccelli, Serena Cicalò, Daniela Cilurzo, Silvana Fusari, Alessandra Lamio. Con la presenza straordinaria di un traittico della serie Il ballo dei filosofi di Emilio Tadini riletto e analizzato in chiave filosofico-matematica a cura di Melina Scalise e dei Politecnici di Milano e Torino.

L’origami ha una storia per certi aspetti misteriosa. Sospesa tra Oriente e Occidente, segue i percorsi della carta che dalla Cina si diffonde in Giappone e Corea, giungendo a noi grazie agli Arabi come conseguenza della loro espansione nei nostri territori.

Quindi arte tradizionale giapponese, certo, ma anche tecnica ben conosciuta in Europa, soprattutto come forma di piegatura dei tessuti.

Va pur detto che l’origami vive una curiosa condizione: quella di essere conosciuto da tutti o quasi nelle sue forme più elementari (chi non ha mai piegato una barchetta di carta, un aeroplanino, un ventaglio, tanto per citare dei modelli popolari?), ma da pochissimi – perlopiù “addetti ai lavori” – nelle sue varie evoluzioni artistiche, tecniche o applicative.

Scopo della mostra è, perciò, quello di promuovere la conoscenza dell’origami nelle sue “incarnazioni” più contemporanee. Come espressione artistica astratta, come manifestazione tangibile di teorie matematiche e geometriche, come risorsa da impiegare a livello scientifico, industriale, commerciale.

Per questa ragione si è scelto di mettere insieme un gruppo di autori che si muove prevalentemente in ambito non figurativo, allontanandosi volutamente da un’idea di origami più tradizionale, legata alla rappresentazione della realtà.

In parallelo, si è pensato al coinvolgimento dei Politecnici di Milano e Torino per curare la parte scientifica, che prevede anche ragguardevoli contributi provenienti da varie realtà di ricerca di grande profilo internazionale.

Il team coinvolto è composto da architetti, ingegneri e matematici che illustreranno la matematica dell’origami presente nelle sue maggiori applicazioni tecnologiche, quali lenti solari, strutture architettoniche e micro-robot, solo per citarne alcuni.

Presentazione d’eccezione, invece, in omaggio al lavoro artistico di Emilio Tadini, pittore e scrittore a cui è dedicata la Casa Museo Spazio Tadini è la lettura “origami-geometrica” di alcuni suoi quadri a cura dei due Politecnici, con la collaborazione di Melina Scalise e Francesco Tadini.

Si prevedono inoltre, per tutta la durata della mostra, laboratori e conferenze come ulteriore supporto divulgativo e come modalità di coinvolgimento del pubblico, con particolare attenzione alle scuole di ogni ordine e grado.

Il fine è trasportare lo spettatore in una visione complessiva del mondo degli origami oggi.

Più in dettaglio,  Artisti origamisti in mostra. (LEGGI)

LE CONFERENZE E I LABORATORI (clicca per vedere gli argomenti e il calendario)

COMITATO SCIENTIFICO

  •  Lorenzo Mussone: professore di Sistemi di Trasporti al Politecnico di Milano, si occupa di modelli matematici (dalla regressione logistica alla intelligenza artificiale) applicati all’ingegneria dei trasporti con particolare attenzione ai modelli di domanda, alla sicurezza stradale, ai modelli di deflusso veicolare e di controllo del traffico (con specifico approfondimento sulle prestazioni delle rotatorie), alla capacità delle reti ferroviarie, ai modelli comportamentali del guidatore, alla pianificazione a breve e medio termine delle grandi reti di trasporti. Attualmente è referente del laboratorio interdipartimentale i.Drive.
  • Roberto Notari: professore associato di Geometria del Dipartimento di Matematica “F. Brioschi” del Politecnico di Milano. Svolge l’attività di ricerca in Algebra Commutativa e Geometria Algebrica, principalmente su problemi di natura teorica, ma anche su problemi più applicativi. Ha recentemente iniziato ad interessarsi all’origami ed alle sue potenzialità.
  • Maria Luisa Spreafico: ricercatore di Geometria del Dipartimento di Scienze Matematiche del Politecnico di Torino. Utilizza l’origami nella sua ricerca scientifica e nello sviluppo di nuove modalità didattiche relative all’insegnamento della matematica in scuole di ogni ordine e grado.
  • Ursula Zich: ricercatore di Disegno del Dipartimento di Architettura e Design del Politecnico di Torino. Utilizza l’origami per osservare, interpretare e visualizzare le forme, costruite e non, nell’ambito della propria ricerca e della didattica.

L’evoluzione dell’origami oggi uno dei video in mostra selezionato dai Politecnici

Robot Origami: Robot self-folds, walks, and completes tasks, autorizzato da “MIT CSAIL” per la mostra alla Casa Museo Spazio Tadini

 

Casa Museo Spazio Tadini
La mostra si svolge all’interno della Casa Museo Spazio Tadini, inserita all’interno del circuito di case museo di Milano Storiemilanesi.org. La sede ospitava sia l’atelier di Emilio Tadini, pittore e scrittore di rilievo del 900 italiano, sia una delle prime case editrici di informazioni economiche del nostro Paese, Grafiche Marucelli. Lo spazio oggi ospita la sede dell’associazione culturale no profit Spazio Tadini fondata nel 2008 da Francesco Tadini e Melina Scalise, in memoria del padre, Emilio Tadini ed è luogo di eventi culturali.

 

Casa Museo Spazio Tadini – Via Niccolò Jommelli, 24 Milano www.spaziotadini.com
Apertura al pubblico: da mercoledì a sabato dalle 15.30 alle 19.30- domenica dalle 15 alle 18.30. Biglietto 5 euro.
Visite guidate con origamisti su prenotazione 10 euro (durata circa un’ora e su prenotazione). Per Conferenze e laboratori (clicca).
Visite scolastiche su prenotazione per gruppi: museospaziotadini@gmail.com