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Mostra ‘Parole Naufraghe’ di Tonia Ciavarella a Milano

Personale di Tonia Ciavarella, “Parole naufraghe” a cura di Melina Scalise, con catalogo e contributo di Alberto Moioli, apre il 26 settembre a Spazio Tadini di Milano alle ore 18.30. La mostra è visitabile da mercoledì a sabato dalle 15.30 alle 19.30 fino al 31 ottobre. Il progetto espositivo presenta il percorso dell’artista negli ultimi decenni: un lavoro artistico incentrato sul dialogo tra segno, parola e colore.

Manifesto dell'esposizione 'Parole Naufraghe' di Tonia Ciavarella, con dettagli in bianco e nero e trame artistiche, date e informazioni sull'evento al Casa Museo Spazio Tadini.

“La parola scritta nei lavori di Ciavarella si fa immagine, grafia, dal greco graf scrivo- segno – incido. L’opera è lo spazio dell’agire dell’Uomo, il momento in cui esprimere la propria unicità, la sua creazione fuori dalla creazione della Natura. Il segno diventa unico, irripetibilmente connesso a chi lo fa, al suo corpo, alla sua storia, ai suoi pensieri. E’ con il segno che, dalla notte dei tempi, l’Uomo lascia la sua traccia: ce lo rivelano le incisioni rupestri, tanto quanto i muri di civiltà sepolte e, non per ultimo, i murales delle metropoli moderne e tanto altro ancora – presenta la curatrice -.

Tonia è abituata al gesto della scrittura, alla narrazione che parte dalla parola. Lo comprendiamo bene se teniamo presente che, oltre a dipingere, insegna italiano. Educare alla lettura e allo scrivere le nuove generazioni equivale a cercare di far restare i giovani nei pensieri, a stimolarli nel prendersi tempo con se stessi mentre tutto scorre troppo in fretta. Questo significa sentire (con il corpo) e riflettere (pensare) vivendo le emozioni fino al punto da individuarle, riconoscerle, cercare di dare loro un nome, gestirle. I bisogni dell’Uomo non cambiano, ma i sentimenti possono variare in relazione ai contesti culturali, alle epoche storiche.  La pratica più difficile è raccontarsi e raccontare, trovare le parole giuste, i modi giusti. La poetica di Ciavarella dalle parole sfocia nel segno puro, nell’esplorazione del gesto anche della scrittura senza timore di usare il non senso. Poi il racconto diventa anche un dialogo tra forme elementari, figure geometriche in perimetri incerti e provvisori perché il non senso è anche nell’indeterminatezza della cosa e non solo della parola. Negli ultimi lavori queste figure che alludono a piccoli personaggi che si misurano distanze comunicative, relazioni, si presentano allineate come carte da gioco sulla tessitura della tela.  Nessun tarocco, nessuna finzione estetica, nessuna mimesi con il mondo esterno, qui, sembra esserci solo la consapevolezza che esistono spazi del pensiero, “cose”, forme, che dobbiamo mettere in gioco e servono a capire come tenere insieme il nostro mondo interiore tanto quello con l’altro”.

Catalogo in mostra

Opera astratta con strisce verticali di colore viola e blu su sfondo grigio, con tratti di inchiostro nero e scritte stilizzate.
Parole negate 2026 acrilico, carta, matita – Tonia Ciavarella
Opera d'arte astratta su sfondo bianco, che presenta linee sottili e intrecci intricate, con elementi di colore rosso e nero, accanto a scritte e simboli.
2018-Viaggio 61-cm. 40 x cm. 40-acrilico,inch.,carta,stoffa,gessetto- Tonia Ciavarella

Textile Archeology: Mostra di Eugenio Dallari a Milano

Gli abiti tra identità, storia e declino nell’opera di un artista alla sua prima personale Eugenio Dallari alla Casa Museo Spazio Tadini a cura di Melina Scalise dal 22 maggio al 27 giugno 2026: Textile Archeology. Inaugurazione il 22 alle ore 18.30 via Jommelli, 24 Milano. In un mondo in cui l’immagine — nella sua bidimensionalità fotografica o filmica — è diventata lo strumento d’elezione per raccontare e validare l’individuo, l’artista Eugenio Dallari riporta l’attenzione sulla materia: l’abito.

“I vestiti sono contenitori di corpi, come i corpi sono, a loro volta, i contenitori delle anime; il vestito è l’ultimo feticcio, il segnaposto che rimane quando qualcuno non c’è più”, spiega Dallari.

“E’ interessante la sua ricerca sull’abito sia sul piano simbolico che sociologico – spiega la curatrice Melina Scalise – Il vestito è uno strumento necessario per proteggere il corpo, ma, nella sua evoluzione storica, oggi è diventato un “continente”. In alcuni paesi Africani come il Ghana gli abiti “spazzatura” riempiono e creano territori, nuovi paesaggi. Quegli abiti che arrivano sono chiamati “gli abiti degli uomini bianchi morti” perchè ritengono che nessun uomo in vita invierebbe una quantità così grande. Ebbene in quel “morti” cosa è nascosto? E’ morto qualcosa nella civiltà dell'”uomo bianco?” L’arte di Dallari ci propone uno sguardo”.

Diplomatosi a Brera durante l’emergenza Covid, Eugenio Dallari ha vissuto il momento in cui il corpo si smaterializzava e la vita traslava interamente nella rete.

Manifesto dell'evento 'Textile Archeology' di Eugenio Dallari, con dettagli sulla mostra che si svolgerà a Milano dal 22 maggio al 27 giugno 2026.

Se Michelangelo sosteneva che il blocco di marmo contenesse già la forma e che il compito dell’artista fosse solo quello di liberarla, Dallari lavora sul “contenitore” della forma umana per farne emergere l’individuo. L’insieme caotico degli abiti è la materia da cui si svela il corpo. Scompare, per lui, l’idea dello scultore della materia solida e longeva, per “vestire i panni” dello scultore e pittore della materia morbida, dinamica, frammentata e deteriorabile, che elegge il corpo a proprio fulcro narrativo. Dallari lavora sui vestiti come su un’eredità effimera prodotta dall’essere umano, capace di sommergerlo tanto quanto di proteggerlo, rappresentarlo e ricordarlo, sia come individuo che come essere sociale.

Spesso l’abito è il segnaposto di chi non c’è più — dice Dallari — il simbolo di un passato che, con la sua presenza materiale, ci restituisce la persona più di una fotografia. C’è la sua forma, il suo profumo, il suo colore, il suo modo di stare al mondo; il suo posto ancora saldo nel mondo fisico“.

L’abito come reliquia eleva ogni individuo a figura sacra. Dallari compie uno spostamento del sacro nella dimensione umana: non usa la luce per illuminare l’uomo e le piccole cose quotidiane — come ci insegnarono a vedere Caravaggio o Van Gogh — ma si serve di un involucro. Una sorta di bozzolo dell’anima, tessuto dall’Uomo per essere “presentabile” al mondo.

Il suo lavoro rimanda all’Arte Povera di Pistoletto e Pascali, ma affonda le radici in una narrazione contemporanea per raccontare non solo la frammentazione e il caos, ma la perdita d’identità, del corpo, del senso sociale e dell’equilibrio tra produzione antropica e naturale.

Un'immagine che mostra una mano su diversi tessuti colorati, tra cui rosso, blu e a scacchi, creando una composizione vivace e intricata.
SOS – 30X40 CM – ACRILICO, VERNICE E TEMPERA SU TELA – 2025 – Eugenio Dallari

Dallari propone dipinti come piccoli scorci di un paesaggio completamente dominato da un insieme indistinto di vestiti e tessuti, da cui emergono frammenti anatomici: una mano, un volto. L’uomo ne è sommerso, quasi oppresso, come se gli abiti fossero macigni. Sono materiali scelti per testimoniare abitazioni, corpi e vite — spesso finite o abbandonate — ma anche dimensioni scomposte di esistenze possibili: camouflage di un unico individuo e, al contempo, di una moltitudine.

Oggi esistono luoghi dove gli abiti dismessi sono diventati isole, colline, stratificazioni di una nuova archeologia: quella del “disabitare”. Gli abiti diventano testimonianze dell’allontanamento dal proprio “stare” al mondo per farsi manifestazione di una civiltà svestita, che non sa più scegliere come presentarsi, priva di modelli e quasi priva di corpi.

Da queste premesse, le installazioni di Dallari raccontano tanto l’emarginazione quanto il fast fashion, risultato di un consumismo compulsivo di abiti pensati per interpretare “vite possibili o usa e getta”. Ma evocano anche gli abiti sparsi sulle spiagge o galleggianti nel Mediterraneo, macabre testimonianze della ricerca di nuovi luoghi da “abitare”.

L’abito diventa così il naufragio di un individuo che non si sente più a casa, a cui non è rimasto che un corpo nudo, sepolto da vestiti tra cui non sa più scegliere.

Testo di Melina Scalise

Eugenio C. Dallari è nato a Segrate, classe 1994, Vive e lavora a Cologno Monzese (MI)- Si diploma nel 2020 all’accademia di Belle Arti di Brera.

Artista seduto su uno sgabello con un camice blu sporco di vernice, circondato da opere artistiche colorate.

Mostre

2018 La conferenza degli uccelli – Artepassante in collaborazione con la Dual Band – a cura di Roberta Secchi, Simone Lampis e Cristina Negro (Milan)

2019 Performer festival della peste, Virus! – fondazione Lazzaretto – a cura di Roberta Secchi, Simone Lampis e Cristina Negro (Milan)

2020 “Stiamo facendo un mondo” – Performance nella Chiesa di San Carpoforo (Milan) – a cura di Gabriele di Matteo

2020 Save Madness – Fondazione Lazzaretto – a cura di Roberta Secchi, Simone Lampis e Cristina Negro – Online performance (MI)

2021 Muselmann, a tribute to Aldo Carpi – a cura di Stefano Pizzi, Barbara Nahmad e Vittoria Coen – Memorial Shoah Milano

2021 Neimand is Perfect, a tribute to Al Hansen – a cura di Gabriele di Matteo, Bibbe Hansen, Steve Piccolo, Antonio Cioffi, Pau Masclans – Online performance

2022 “AMOR VACUI” Mostra bipersonale con Daniela Tomerini TERMINUS DIGITAL ART; Via Pietro Custodi 8, Milan – a cura di Pierpaolo Ceccarini, Franco Zanetti, Paolo Lagazzi

2023 A VERY LONG SAILING TRIP – Ex Chiesa di San Carpoforo (Via Formentini, 12 – (Milan)) Live performance a cura di Gabriele Di Matteo con Filippo Zoli, Ernesto Raimondi, Andrea Bertolin, Pau Masclans, Josse Renda e Martina Fichera

Estensioni: note, immagini, parole per l’Art Week

Locandina dell'evento 'Estensioni' al Casa Museo Spazio Tadini, Milano, il 18 aprile 2026, con dettagli su fotografia e concerto.

In occasione dell’Artweek la Casa Museo Spazio Tadini vi propone sabato 18 aprile alle ore 17 una visita alla Casa Museo con presentazione del lavoro fotografico di Francesco Tadini a cura di Federicapaola Capecchi e, a seguire, alle 18, un concerto con letture in collaborazione con Società Italiana di Musica Contemporanea e Melina Scalise.

Un dialogo tra tre linguaggi in un luogo come la Casa Museo Spazio Tadini che nasce in memoria di Emilio Tadini, pittore e scrittore del Novecento, con l’intento di mantenere vivo lo spirito con cui si approcciava all’arte tutta. Il concerto prevede la proiezioni di una selezione di fotografie di Francesco Tadini e la lettura di testi e favole di Melina Scalise. Presenta Francesco Trocchia, suona Artemis duo Gabriela Clelia Cuna e Emma BaigueraChitarra e flauto.

Manifesto per l'evento 'Estensioni' che si tiene il 18 aprile 2026 al Casa Museo Spazio Tadini di Milano, con dettagli sul programma, tra cui fotografie e concerti.
Una figura sfocata in un ambiente interno, con luce che filtra attraverso una finestra.