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Textile Archeology: Mostra di Eugenio Dallari a Milano

Gli abiti tra identità, storia e declino nell’opera di un artista alla sua prima personale Eugenio Dallari alla Casa Museo Spazio Tadini a cura di Melina Scalise dal 22 maggio al 27 giugno 2026: Textile Archeology. Inaugurazione il 22 alle ore 18.30 via Jommelli, 24 Milano. In un mondo in cui l’immagine — nella sua bidimensionalità fotografica o filmica — è diventata lo strumento d’elezione per raccontare e validare l’individuo, l’artista Eugenio Dallari riporta l’attenzione sulla materia: l’abito.

“I vestiti sono contenitori di corpi, come i corpi sono, a loro volta, i contenitori delle anime; il vestito è l’ultimo feticcio, il segnaposto che rimane quando qualcuno non c’è più”, spiega Dallari.

“E’ interessante la sua ricerca sull’abito sia sul piano simbolico che sociologico – spiega la curatrice Melina Scalise – Il vestito è uno strumento necessario per proteggere il corpo, ma, nella sua evoluzione storica, oggi è diventato un “continente”. In alcuni paesi Africani come il Ghana gli abiti “spazzatura” riempiono e creano territori, nuovi paesaggi. Quegli abiti che arrivano sono chiamati “gli abiti degli uomini bianchi morti” perchè ritengono che nessun uomo in vita invierebbe una quantità così grande. Ebbene in quel “morti” cosa è nascosto? E’ morto qualcosa nella civiltà dell'”uomo bianco?” L’arte di Dallari ci propone uno sguardo”.

Diplomatosi a Brera durante l’emergenza Covid, Eugenio Dallari ha vissuto il momento in cui il corpo si smaterializzava e la vita traslava interamente nella rete.

Manifesto dell'evento 'Textile Archeology' di Eugenio Dallari, con dettagli sulla mostra che si svolgerà a Milano dal 22 maggio al 27 giugno 2026.

Se Michelangelo sosteneva che il blocco di marmo contenesse già la forma e che il compito dell’artista fosse solo quello di liberarla, Dallari lavora sul “contenitore” della forma umana per farne emergere l’individuo. L’insieme caotico degli abiti è la materia da cui si svela il corpo. Scompare, per lui, l’idea dello scultore della materia solida e longeva, per “vestire i panni” dello scultore e pittore della materia morbida, dinamica, frammentata e deteriorabile, che elegge il corpo a proprio fulcro narrativo. Dallari lavora sui vestiti come su un’eredità effimera prodotta dall’essere umano, capace di sommergerlo tanto quanto di proteggerlo, rappresentarlo e ricordarlo, sia come individuo che come essere sociale.

Spesso l’abito è il segnaposto di chi non c’è più — dice Dallari — il simbolo di un passato che, con la sua presenza materiale, ci restituisce la persona più di una fotografia. C’è la sua forma, il suo profumo, il suo colore, il suo modo di stare al mondo; il suo posto ancora saldo nel mondo fisico“.

L’abito come reliquia eleva ogni individuo a figura sacra. Dallari compie uno spostamento del sacro nella dimensione umana: non usa la luce per illuminare l’uomo e le piccole cose quotidiane — come ci insegnarono a vedere Caravaggio o Van Gogh — ma si serve di un involucro. Una sorta di bozzolo dell’anima, tessuto dall’Uomo per essere “presentabile” al mondo.

Il suo lavoro rimanda all’Arte Povera di Pistoletto e Pascali, ma affonda le radici in una narrazione contemporanea per raccontare non solo la frammentazione e il caos, ma la perdita d’identità, del corpo, del senso sociale e dell’equilibrio tra produzione antropica e naturale.

Un'immagine che mostra una mano su diversi tessuti colorati, tra cui rosso, blu e a scacchi, creando una composizione vivace e intricata.
SOS – 30X40 CM – ACRILICO, VERNICE E TEMPERA SU TELA – 2025 – Eugenio Dallari

Dallari propone dipinti come piccoli scorci di un paesaggio completamente dominato da un insieme indistinto di vestiti e tessuti, da cui emergono frammenti anatomici: una mano, un volto. L’uomo ne è sommerso, quasi oppresso, come se gli abiti fossero macigni. Sono materiali scelti per testimoniare abitazioni, corpi e vite — spesso finite o abbandonate — ma anche dimensioni scomposte di esistenze possibili: camouflage di un unico individuo e, al contempo, di una moltitudine.

Oggi esistono luoghi dove gli abiti dismessi sono diventati isole, colline, stratificazioni di una nuova archeologia: quella del “disabitare”. Gli abiti diventano testimonianze dell’allontanamento dal proprio “stare” al mondo per farsi manifestazione di una civiltà svestita, che non sa più scegliere come presentarsi, priva di modelli e quasi priva di corpi.

Da queste premesse, le installazioni di Dallari raccontano tanto l’emarginazione quanto il fast fashion, risultato di un consumismo compulsivo di abiti pensati per interpretare “vite possibili o usa e getta”. Ma evocano anche gli abiti sparsi sulle spiagge o galleggianti nel Mediterraneo, macabre testimonianze della ricerca di nuovi luoghi da “abitare”.

L’abito diventa così il naufragio di un individuo che non si sente più a casa, a cui non è rimasto che un corpo nudo, sepolto da vestiti tra cui non sa più scegliere.

Testo di Melina Scalise

Eugenio C. Dallari è nato a Segrate, classe 1994, Vive e lavora a Cologno Monzese (MI)- Si diploma nel 2020 all’accademia di Belle Arti di Brera.

Artista seduto su uno sgabello con un camice blu sporco di vernice, circondato da opere artistiche colorate.

Mostre

2018 La conferenza degli uccelli – Artepassante in collaborazione con la Dual Band – a cura di Roberta Secchi, Simone Lampis e Cristina Negro (Milan)

2019 Performer festival della peste, Virus! – fondazione Lazzaretto – a cura di Roberta Secchi, Simone Lampis e Cristina Negro (Milan)

2020 “Stiamo facendo un mondo” – Performance nella Chiesa di San Carpoforo (Milan) – a cura di Gabriele di Matteo

2020 Save Madness – Fondazione Lazzaretto – a cura di Roberta Secchi, Simone Lampis e Cristina Negro – Online performance (MI)

2021 Muselmann, a tribute to Aldo Carpi – a cura di Stefano Pizzi, Barbara Nahmad e Vittoria Coen – Memorial Shoah Milano

2021 Neimand is Perfect, a tribute to Al Hansen – a cura di Gabriele di Matteo, Bibbe Hansen, Steve Piccolo, Antonio Cioffi, Pau Masclans – Online performance

2022 “AMOR VACUI” Mostra bipersonale con Daniela Tomerini TERMINUS DIGITAL ART; Via Pietro Custodi 8, Milan – a cura di Pierpaolo Ceccarini, Franco Zanetti, Paolo Lagazzi

2023 A VERY LONG SAILING TRIP – Ex Chiesa di San Carpoforo (Via Formentini, 12 – (Milan)) Live performance a cura di Gabriele Di Matteo con Filippo Zoli, Ernesto Raimondi, Andrea Bertolin, Pau Masclans, Josse Renda e Martina Fichera

FringeMi – La storia vera di Alfonsina a teatro

La prima donna ad aver partecipato al Giro D’Italia, la sua storia in scena durante il Fringemi alla Casa Museo Spazio Tadini di Milano il 2 giugno alle ore 21 ALFONS(IN)A | UN TENTATIVO BIOGRAFICO MAL RIUSCITO in collaborazione con l’associazione culturale Cistà– costo 10 euro.

Una donna con i capelli ricci e rossi sta tenendo il manubrio di una bicicletta, mentre si trova su un palcoscenico poco illuminato.

di Marta Bulgherini
con Marta Bulgherini e Diego Frisina
musiche originali di Enrico Morsillo
sound design di Antonio Romano
voice over di Sara Labidi e Camilla Tagliaferri
una produzione Tieffe Teatro, Generazione P
con il sostegno della residenza artistica “Il filo immaginario” di Gommalacca Teatro.

Lo spettacolo racconta la vita di Alfonsina Strada, prima e unica donna ad aver gareggiato contro gli uomini al Giro d’Italia, nel 1924, quando l’Italia era preda del fascismo. Da un’infanzia di povertà e sopraffazioni all’incontro fortuito con la bicicletta, l’amore per Luigi Strada, la volontà assoluta di continuare a pedalare. Alfonsina cresce attraversando scherni, paure e divieti, rimanendo sempre fedele al suo sogno di diventare una ciclista professionista. Una storia epica di sudore, tenacia e riscatto, che fa sperare in un futuro migliore.

Sipario? E se lo spettacolo fosse invece appena iniziato? Se la biografia di Alfonsa fosse in realtà solo lo spunto per riflettere sul nostro spasmodico bisogno di vite mitiche e lieti fini? Perché alla fine: cosa è che ci rende eroi? Le grandi imprese o il resistere, nonostante tutto?


Marta Bulgherini firma con ALFONS(IN)A la sua terza drammaturgia e regia. Negli anni di attività come autrice, i suoi spettacoli vincono numerosi premi nazionali, tra cui il Premio Letterario del Torino Fringe, quello della critica al FringeMi e il Premio Scintille. Per lei e Diego Frisina, attore e autore, è la prima collaborazione sul palco.

Art Week al Spazio Tadini: Multidisciplinarità Creativa

L’Art week alla Casa Museo Spazio Tadini vi propone dei percorsi d’arte multidisciplinari tra fotografia, musica, danza, fiabe e poesia con chiusura il 18 aprile con concerto. Il 14 e 16 aprile a cura di Federicapaola Capecchi per Opificio della fotografia due appuntamenti da non perdere. Il 14 aprile un laboratorio partecipato su come leggere i corpi in fotografia con podcast live. “E se le fotografie ci guardassero? Attraverso le immagini (da Mapplethorpe a Battaglia, da Woodman a Iturbide) il pubblico esplora il corpo fotografato come spazio politico, scrittura, luogo di relazione”; mentre il 16 aprile Capecchi vi parlerà di Rainbow Girl: Lucia Joyce – L’arcobaleno spezzato del modernismo”, evento dedicato alla giovane danzatrice che attraversò la Parigi delle avanguardie portando nel movimento la stessa libertà sperimentale del padre James Joyce nella scrittura. Sabato 18 aprile alle 17 visita guidata alla fotografia di Francesco Tadini e alle 18 concerto con Artemis Duo a cura di Società italiana di musica contemporanea (SIMC) con letture di Melina Scalise.

In occasione dell’Artweek la Casa Museo Spazio Tadini vi propone sabato 18 aprile alle ore 17 una visita alla Casa Museo con presentazione del lavoro fotografico di Francesco Tadini a cura di Federicapaola Capecchi e, a seguire, alle 18, un concerto con letture in collaborazione con Società Italiana di Musica Contemporanea e Melina Scalise.

Un dialogo tra tre linguaggi in un luogo come la Casa Museo Spazio Tadini che nasce in memoria di Emilio Tadini, pittore e scrittore del Novecento, con l’intento di mantenere vivo lo spirito con cui si approcciava all’arte tutta. Il concerto prevede la proiezioni di una selezione di fotografie di Francesco Tadini e la lettura di testi e favole di Melina Scalise. Presenta Francesco Trocchia, suona Artemis duo Gabriela Clelia Cuna e Emma BaigueraChitarra e flauto. (scopri dettagli). Ingresso libero

Manifesto dell'evento 'Rainbow Girl: Lucia Joyce' che si terrà il 16 aprile 2026 a Milano, con dettagli su workshop e conversazione dal vivo.

Opificio della Fotografia presenta “Rainbow Girl: Lucia Joyce – L’arcobaleno spezzato del modernismo”, evento dedicato alla giovane danzatrice che attraversò la Parigi delle avanguardie portando nel movimento la stessa libertà sperimentale del padre James Joyce nella scrittura. Figura brillante e poco conosciuta, Lucia dialogò con fotografia, danza e arte lasciando tracce sorprendenti. Il programma unisce un workshop la mattina, che traduce in gesto alcuni ritmi di Finnegans Wake attraverso la “scrittura automatica corporea” praticata da lei e dalle avanguardie e una live conversation alle ore 19 che esplora immagini, documenti, memorie, la sua frequentazione con De Chirico, Man Ray, Raymond Duncan, la sua relazione con Beckett, riaccendendo la storia di un talento visionario.

Locandina per un laboratorio partecipato e podcast live intitolato 'Anatomia dello Sguardo', che si svolgerà il 14 aprile 2026 presso Milano Art. Include immagini evocative di corpi e fotografie celebri.

ANATOMIA DELLO SGUARDO – Come leggere i corpi in fotografia Laboratorio partecipato + podcast live E se le fotografie ci guardassero? Federicapaola Capecchi, curatrice di fotografia e coreografa, guida un laboratorio che capovolge l’abitudine: non come osserviamo le immagini, ma come le immagini interrogano noi. Attraverso le immagini (da Mapplethorpe a Battaglia, da Woodman a Iturbide) il pubblico esplora il corpo fotografato come spazio politico, scrittura, luogo di relazione. Si passa dal guardare al vedere, dal vedere al leggere, dal leggere all’interrogarsi. Lo spettatore diventa co-autore dell’interpretazione. L’evento si chiude con un podcast live: le riflessioni emergenti, le risonanze nei corpi presenti, la responsabilità dello sguardo. Un progetto di Federicapaola Capecchi. Ingresso con registrazione info@opificiodellafotografia.it €5 . Su prenotazione