Ci sono mostre che quando se ne vanno lasciano un vuoto. Così è quella di Tobia Ravà che era riuscita a riempirci lo spazio di numeri attraverso le immagini. Le sue opere sono uno stimolo continuo alla ricerca del senso del mondo e delle cose. Con Tobia ci siamo avvicinati a una fetta di interpretazione della realtà che non ha lasciato nessuno spettatore nell’indifferenza. Il suo raccontare il mondo come il risultato di una relazione stretta tra numeri e parole ci ha avvicinato ad alcuni arcani della Kabbalah e della Ghematrià, ovvero della corrispondenza tra lettere e numeri partendo dall’alfabeto ebraico. Ma ci ha anche ricordato che il mondo sta a delle regole, matematiche e fisiche e che il linguaggio di appartenenza con cui lo conosciamo e riconosciamo è parte integrante della nostra visione, ovvero dell’immagine che abbiamo di esso. Tobia è partito dallo studio della Kabbalà di Luria, noi, potremmo partire da una riflessione anche superficiale della fisica e del linguaggio per riconoscerci comunque in un’opera di Tobia Ravà come appartenenti ad un tutto che è l’Universo. Dall’antichità ad oggi, non smetteremo mai di cercare un senso delle cose e dietro ogni chiaroscuro c’è la nostra volontà di scegliere il buio o la luce. Per non dimenticare la mostra di Tobia e delle sue suggestioni ecco il video ricordo.
Spazio Tadini mercoledì 8 febbraio 2017 alle ore 18.30 Paolo Lagazzi, saggista, scrittore e tra i maggiori esperti di poesia nel panorama letterario nazionale presenta in anteprima assoluta il suo ultimo libro: Cinquanta foglie (五十枚の葉) : Tanka giapponesi e italiani in dialogo – casa editrice Moretti e Vitali (ingresso libero).
L’autore, ispirandosi a quell’antico cerimoniale per cui il tanka era veicolo di messaggi amorosi, o di scambi di pensieri tra amici nel libro raccoglie venticinque tanka giapponesi recenti proposti a venticinque poeti italiani invitandoli a rispondere con un loro tanka. Un vero e proprio dialogo.
LA MOSTRA
La presentazione del libro sarà accompagnata da una mostra di opere di Satoshi Hirose e Daniela Tomerini dall’8 al 19 febbraio .
Satoshi Hirose
daniela tomerini
Anch’essa un dialogo tra un artista giapponese e un’artista italiana. Secondo Paolo Lagazzi la libertà intima della poesia è la via più vera per ritrovare ciò che unisce gli uomini, ciò che li fa sentire, anche nei momenti più oscuri della storia, partecipi della stessa magia, dello stesso mistero del mondo.
Alla serata inaugurale, ad ingresso gratuito, parteciperanno, insieme al curatore, Yasuko Tatsumura (traduttrice), Alberto Moro (presidente dell’Associazione Culturale “Giappone in Italia”), i poeti Giancarlo Consonni, Adele Desideri, Umberto Fiori, Tomaso Kemeny e il maestro zen Fausto Taiten Guareschi.
Durante la serata brani di musica giapponese saranno interpretati all’arpa da Floraleda Sacchi.
LA CONFERENZA SULLA POESIA GIAPPONESE
Paolo Lagazzi
Come appendice di questo evento, sabato 11 febbraio, a partire dalle ore 18, Paolo Lagazzi terrà presso lo Spazio Tadini una conferenza sulla poesia giapponese antica e moderna. (ingresso 5 euro)
Stralcio dal libro Cinquanta foglie: Tanka giapponesi e italiani in dialogo – casa editrice Moretti e Vitali :
“Ciò che più mi affascina del tanka è la plasticità, il carattere insieme sciolto e concreto, la schietta vocazione metamorfica. Se, da un lato, ha resistito nei secoli senza modificare il suo impianto metrico, dall’altro si è dischiuso ai contenuti più disparati, da quelli tipicamente “cortesi” (l’amore e la natura, le galanterie, i sospiri, le lacrime, le lune, i fiori di ciliegio, le brezze che increspano i momenti…) fino a quelli peculiari dei tempi moderni (treni, metropoli, luci artificiali, malattie o ansie di nuovo genere…) scivolando in souplesse attraverso le innumerevoli pieghe dell’umana esperienza, nutrendosi di tutto e spostandosi senza tregua verso altre prospettive, occasioni, visioni. Mentre lo haiku richiede un esercizio tagliente, vertiginoso dello sguardo che solo, forse, chi si sia nutrito in modo radicale dell’insegnamento zen può liberare dal fondo del suo essere, il tanka si offre alla pratica artigiana dei poeti come uno strumento duttile, come un oggetto agile e discreto. Rispetto alla brevità lirica, assoluta e fiammante dello haiku, il tanka porta in sé un germe narrativo o discorsivo, è sensibile a temi che sono, in nuce, racconti, ma, come 10 un ventaglio aperto e subito richiuso, li contiene in uno stringato e vibrante intarsio contrappuntistico, in un disegno circoscritto, allusivo. Proprio per questa sua natura disponibile al dialogo e insieme protetta dagli dèi della forma, al tanka fu, per molto tempo, affidato il compito di messaggero, di confidente, di postino dell’anima”.
IL TANKA
Il tanka è una forma lirica giapponese molto antica, precedente il celebre haiku di tre versi; il suo ruolo-chiave nella storia della poesia nipponica comincia nell’ottavo secolo d.C. (allora si chiamava waka) e si protrae fino ai nostri giorni. La struttura metrica del tanka è di cinque versi privi di rime: quinario / settenario / quinario / settenario / settenario.
Si legge nel libro Cinquanta foglie: Tanka giapponesi e italiani in dialogo – casa editrice Moretti e Vitali
“il tanka fu per secoli inteso come la forma lirica per eccellenza del Sol Levante, tanto da essere battezzato in un primo tempo waka, che significa semplicemente “poesia giapponese” (il termine tanka, “poesia breve”, sarebbe stato introdotto solo nella modernità). A partire dal Man’yoshu, la “Raccolta di diecimila foglie” (mitica, vastissima antologia realizzata nell’ottavo secolo dopo Cristo), e poi attraverso le ventuno antologie allestite per ordine imperiale, il tanka si impose rispetto ad altre forme metriche in quanto strumento asciutto e flessibile per rêveries innervate dallo spirito dell’allusione, dal piacere dell’evocazione rapida e palpitante, dal gusto leggero della toccata e fuga delle immagini. Soltanto assai più tardi dal tanka si sarebbe staccato, come per un processo di gemmazione o per un bisogno di condensazione lirica portato al grado estremo d’incandescenza, lo haiku di tre versi (quinario, settenario, quinario); ma questa è un’altra storia, una storia che è già stata raccontata molte volte e che qui non ripeterò”.
L’associazione culturale exfabbricadellebambole, che da anni collabora con lo Spazio Tadini, apre il nuovo anno con una mostra personale dell’artista Mattia Di Rosa. La mostra propone gli ultimi lavori dell’artista di Massa Carrara: opere di vario formato su tavola e la creazione di una wunderkammer.
Scrive di questa mostra Luca Rendina, direttore artistico di exfabbricadellebambole
Se l’eterno ritorno è il fardello più pesante, allora le nostre vite su questo sfondo, possono apparire in tutta la loro meravigliosa leggerezza. Milan Kundera
Uomini nell’erba alta è una mostra sulla leggerezza, una scelta creativa per poter parlare in punta di piedi di cose importanti, introspettive, ma con un atteggiamento che consente di farci scoprire i nostri piccoli spostamenti del cuore, proponendo come chiave di lettura la bellezza della complessità interiore.
Sono lavori che traggono forza nel piacere della visione e dell’ascolto, come se ci trovassimo al cospetto di una improvvisazione musicale dove il suono si crea nell’attimo stesso dell’ascolto.
Queste invenzioni pittoriche così sensibili al suono ci portano ad attraversare il nostro mondo dei sentimenti in consapevole leggerezza.
Ironia, senso del ritmo, silenzi, pause, riff di chitarre elettriche sono tutti elementi che portano lo spettatore a guardare il mondo in modo diverso.
È una pittura luminosa, di quella luce che si vede poche volte, in certi giorni, in certi luoghi.
È una pittura dal tocco lieve, ma deciso dove immaginazione e racconto trovano pace negli stati d’animo più profondi.
Si potrebbe pensare che l’opera di Mattia proponga una visione che escluda le complessità dell’essere, invece apre scenari incredibili di piccoli fatti interiori dove le storie diventano assurde e paradossali e per questo più vere.
Luca Rendina
Mattia Di Rosa (Carrara 1969) ha studiato Architettura all’Università di Firenze. Dopo aver disegnato alcuni oggetti per la ditta Alessi decide di dedicarsi esclusivamente alla ricerca d’arte svincolata dalla produzione industriale. Si considera uno sperimentatore e ricercatore il cui strumento principale è il disegno – supponendo quindi che tutto si possa disegnare anche se tutto è invisibile o assurdo.
“Uomini nell’erba alta”, Mostra personale di Mattia Di Rosa
A cura di exfabbricadellebambole
Presso Casa Museo Spazio Tadini – via Niccolò Jommelli, 24 – Milano
dal 13 Gennaio al 5 Febbraio 2017
Inaugurazione, Venerdì 13 Gennaio 2017, ore 18.30
Orari della mostra:
mattina: su appuntamento
pomeriggio: dal mercoledì al sabato dalle 15.30 alle 20.30
domenica dalle 15.30 alle 18.30
INGRESSO LIBERO
Per appuntamenti tel 02 2611 0481
Per maggiori informazioni
tel 377 1902076 – email exfabbricadellebambole@exfabbricadellebambole.com
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CASA MUSEO in memoria di EMILIO TADINI- arte, cultura, eventi – Milano