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Il corpo di tutti

Il corpo di tutti

Tre mostre raccontano la donna – a cura di Melina Scalise

Dal 3 maggio al 3 giugno 2018

Apertura al pubblico 3 maggio ore 18.30

Casa Museo Spazio Tadini, via Niccolò Jommelli, 24 Milano

aperta da mercoledì a sabato dalle 15.30 alle 19.30 e domenica 15.00 -18.30 – visita a tutte le mostre 5 euro (mappa)catalogo donne-Pagina001


Il gioco della modella 

Marvi Hetzer

 


Venere  

Fausta Bonfiglio, Gloria Stefanati, Laura Lucchini, Alessandra Rossignoli


Omaggio alla donna

Maria Pia Facetti

Il corpo femminile è senza ombra di dubbio quello più soggetto all’attenzione sociale da parte di entrambi i sessi perché è il corpo di tutti.

Fin da bambini impariamo a sentirlo, toccarlo, a nutrirci di esso. Quel corpo materno è materia, è senso di appartenenza e non perdiamo mai, nemmeno in età adulta, l’importanza della sua presenza, anche solo del contatto visivo.

Biologicamente, il corpo della donna deve essere seduttivo per il maschio a fini riproduttivi ed essendo coinvolto nella gestazione, alcuni suoi requisiti sono più o meno finalizzati ad ottimizzare questa funzione. Al corpo maschile si richiedono ben altre caratteristiche prevalentemente focalizzate sulla forza fisica a corrispondere il senso di sicurezza e protezione necessario per l’allevamento dei figli e la conservazione della specie.

Tuttavia l’evoluzione sociale ha modificato il fine esclusivamente riproduttivo della seduzione, diventata strumento di confermazione ed espressione del sé, in qualche caso anche di esaltazione. In pratica il corpo non è più oggi lo strumento della riproduzione, ma soprattutto dell’espressione.

Lo slogan anni ’70 della rivoluzione femminile “io sono mia”, finalizzato a legalizzare l’aborto attraverso la scelta della donna, ha reso il corpo femminile “individuale” e non più “sociale”.  La storia, però, ci ha insegnato che la possibilità di decidere della volontà riproduttiva non è coincisa con un’autonomia della donna nel gestire il proprio corpo.

Abbiamo assistito, nel periodo più vicino alla protesta femminile e al bisogno di affermazione professionale della donna in società, ad una trasformazione estetica che ha modificato il corpo fino ad avvicinarlo all’uomo nelle forme e nell’abbigliamento (pensiamo solo alla diffusione dei pantaloni). Abbiamo quindi visto l’esaltazione di modelli femminili sempre più magri ed esili, quasi senza seno e con fianchi stretti (esattamente l’opposto di un corpo femminile materno).

L’estremizzazione di tutto ciò ha quasi portato all’annullamento del corpo femminile (pensiamo alle modelle anoressiche che, nel rifiuto del cibo, sottendono un rifiuto del corpo materno e della relazione stessa con la donna – madre). La conseguenza di tutto questo ha portato a destituire l’importanza del seno a beneficio di una parte del corpo che è comune denominatore tra i sessi: il sedere.

Sfogliando le riviste di moda degli ultimi anni, la confusione tra i sessi è sempre più evidente. Anzi, è quasi voluta, accompagnata di pari passo alla modifica del target dei consumatori che cercano possibilità seduttive molteplici: etero, omo e bi sessuali.

In pratica si assiste o a estremizzazioni della seduzione maschile e femminile o a una confusione –  quasi fusione – tra le due manifestazioni d’essere.

Nel caso della donna questa esasperazione ha portato a interventi estetici con risultati caricaturali. Donne bambole, donne giocattolo che si possono anche rompere e gettare via, come cose di cui esiste il possesso e non necessariamente il rispetto, in cui il corpo domina sull’essere e non viceversa.

In questi casi, la donna perde la sua personalità per “regalare” totalmente il proprio corpo alla società e al suo modello: da “io sono mia” a “io sono di tutti”.

Riporre l’attenzione sul corpo femminile –  ripensando al corpo di tutti – e sul senso per cui disponiamo di questo “strumento” chiamato corpo è forse utile per analizzare un percorso sociale che ha prodotto all’alienazione del corpo: sempre meno funzionale all’essere e sempre più politico – sociale.

A riguardo pensiamo anche all’attenzione esasperata sull’alimentazione, che va oltre il bisogno primario di sopravvivenza e benessere, che ha portato a una selezione sempre più severa dei cibi al punto da far nascere anche una filosofia di pensiero che teorizza di poter vivere di luce: alimentazione pranica. O ancora all’uso del tatuaggio che esprime un bisogno di personalizzare il corpo per renderlo un esclusivo manifesto esistenziale che altro non è che una necessità di appropriarsi di senso con un linguaggio che non è del corpo, ma del pensiero, a conferma che forse, qualcosa, sul corpo, è andato perduto.

Melina Scalise

 

Le mostre

Venere

Quattro scultrici Fausta Bonfiglio, Laura Lucchini, Alessandra Rossignoli e Gloria Stefanati hanno sezionato il corpo femminile. Partendo dalla Venere di Willendorf, la statuetta paleolitica rinvenuta in Austria 40.000 anni a. C. hanno “estratto” le parti rappresentative del corpo femminile: seno e sedere per declinarle in chiave contemporanea.

“Abbiamo voluto raccontare la donna partendo dal corpo – spiega Fausta Bonfiglio, scultrice e insegnante di scultura – restituendo a quelle parti che connotano la femminilità e la capacità riproduttiva attenzione, senza sovrastrutture. Abbiamo voluto sdrammatizzare il corpo e ripensarlo nella sua veste gioiosa, nella sua abbondanza e generosità, nella sua varietà e personalità. Una mostra che vuole restituire anche attenzione a virtù che caratterizzano la donna il corpo e la personalità femminile come la maternità, la femminilità (spesso confusa o fraintesa con la volgarità), l’accudimento (confuso con il servilismo), la pazienza (intesa come qualità stupida perché costringe all’accettazione), il sentimento della pudicizia che attribuisce valore e salvaguarda il corpo”.

Seni di tutte le taglie, sederi e corpi femminili in creta si susseguono in una ricerca di ridefinizione della forma della femminilità, della tutela del corpo della donna, di esaltazione della bellezza che le è propria per natura.

 

Omaggio alla donna

Maria Pia Facetti, scultrice, ha realizzato una serie di opere che si presentano come delle maschere vuote. Dei perimetri di identità in cui tutte le donne possono riconoscersi e comunque differenziarsi: sentirsi donne e sentirsi diverse e uniche al tempo stesso. Ornamenti del niente o del tutto. “E’ un omaggio alla donna e alla sua storia – spiega l’artista – per tutto quello che ha vissuto, sopportato, sofferto, sognato, sperato, difeso e conquistato”.

 

Il gioco della modella

Marvi Hetzer presenta una serie di fotografie che ritraggono sua figlia in posa come donne di famosi dipinti della storia dell’arte.

Le fotografie non raccontano solo di una straordinaria comunicazione tra madre e figlia e di un gioco di ruoli fondamentale per l’apprendimento, ma suggeriscono nuovi riferimenti, nuovi modelli femminili.

Il gioco di assumere le vesti di queste donne scelte per la loro storia, il loro vissuto e non per il compiacimento estetico è uno straordinario invito a ripensare ai modelli femminili.

Il risultato espressivo che emerge dai ritratti fotografici è straordinario. L’età e la storia di quel corpo ritratto è nello sguardo e nel costume.  L’interpretazione va oltre la posa, va oltre la forma e il gesto del corpo della bambina perché è donna adulta senza bisogno di giocare con le bambole, senza barbie e senza big Jim.

“Di ognuna di queste donne ritrattate, anche se in secoli diversi (e metodi), trovo che siano tutte accumunate dalla bellezza, dalla delicatezza e della forza sprigionata che arriva attraverso i loro sguardi.  Talvolta donne sconosciute, come nei ritratti fiamminghi e del secolo XV ma che attraverso il ritratto si evince una personalità armoniosa, una bellezza senza tempo e delicata. Giocare con l’arte e con l’interpretazione di mia figlia di 4 anni, Victoria, è stato come salire su una macchina del tempo.  Ci ha trasportato dentro al fascino di ciascuna delle donne ritratte e alla capacità interpretativa di grandi maestri della pittura.  Ammirando le linee morbide e la cadenza della luce, più le guardavo per cercare di capire, più ne restavo affascinata” Marvi Hetzer

Nel corso della mostra si svolgeranno eventi correlati al tema:

9 maggio ore 21 spettacolo teatro Danza (coreografia di Federicapaola Capecchi) sulla relazione maschile femminile

26 maggio ore 21 spettacolo teatrale Uccidi chi non ti ama con Opera Liquida, compagnia di Teatro Carcere

27 maggio ore 21 concerto di Marie Antonazzo: La mia vita, una canzone

 

Casa Museo Spazio Tadini

Via Niccolò Jommelli, 24

20131 Milano

Ufficio stampa Spazio Tadini ms@spaziotadini.it

Melina Scalise cell 3664584532

Casa Museo Spazio Tadini  fondata da Francesco Tadini e Melina Scalise

 

Graziano Perotti, Mostra a Spazio Tadini – di Federicapaola Capecchi

Foto Graziano Perotti, Yemen, marib-empio regina di saba-il salto
Foto Graziano Perotti, Yemen, marib tempio regina di saba, il salto

Un momento della sua verità.

Un fotoreporter si avvicina al mondo e alla realtà e ce li restituisce in una fotografia. Il fotoreporter con una fotografia può essere sottile, diretto, tagliente, raccontare un intero fatto storico, indagare e approfondire il “post evento” – aftermath – svelandone aspetti che giornali e tv non sempre possono, o vogliono, mettere in luce; può estrapolare qualcosa che riguarda l’umanità tutta. Graziano Perotti, nei suoi molteplici reportage, fa tutto questo e, come scrive di lui Roberto Mutti, narra la realtà entrando con delicatezza, ma in profondità, “nello spirito degli uomini e dei luoghi da loro vissuti”.

In questa mostra, volta a raccontare la sua capacità reportagistica, si è concentrata l’attenzione sulla sua fotografia di viaggio, su alcuni reportage sociali, ritratti, piccole e grandi storie di umanità e di luoghi. Per raccontare il suo modo di incontrare il mondo. Un modo sempre e comunque positivo, in cui non traspare mai tristezza (anche laddove non si può non immaginarla), un atteggiamento sempre curioso e delicato, anche laddove è coraggioso, che cerca negli occhi delle persone, in ogni situazione, di dar di sprone alla vita. Una prassi rispettosa ma capace di cogliere l’attimo, emotiva ma mai pietistica, indagatrice, scopritrice e di grande forza espressiva.

Yemen, shibam, donne nella tempesta di sabbia, Foto Graziano Perotti
Yemen, shibam, donne nella tempesta di sabbia, Foto Graziano Perotti

Le sue fotografie sono scevre da sentimentalismo o indiscrezione e mostrano intimità, umanità, empatia. Una striatura di solitudine ne pervade alcune, ma non nel senso di esclusione da ogni rapporto di presenza o vicinanza altrui (voluto o sofferto che sia), bensì nel senso arcaico di unica coscienza dell’impossibilità di conoscere e comprendere compiutamente “l’altro”, che sia singolo individuo, popolo, cultura, religione. Graziano Perotti nelle sue fotografie unisce sapientemente la luce, la composizione, il colore al gesto, allo sguardo, al pensiero, e riesce così anche a trasmettere spesso un senso di calma, di serenità. Conduce tutto ad una sintesi: alla sua essenza, in una sorta di climax. Un momento della sua verità.

Graziano Perotti Hebron Gosth Town
Graziano Perotti Hebron Gosth Town

Sì perché le fotografie di Graziano Perotti sembrano rifuggere la pretesa di verità che molti danno alla fotografia documentaristica; sembrano suggerire la consapevolezza che questa verità sia solo un’opinione, e che il compito vero di un fotoreporter sia di comporre un racconto, che comprende dunque anche la visione che il fotografo ha di ciò che sta osservando e sceglie di fotografare, e che decide di addurre a sua presa di posizione.

Un’austera e sfolgorante poesia dal vero. Ansel Adams

Diverse fotografie in mostra vestono un’ingannevole semplicità. In realtà nascondono un senso compositivo e una sensibilità plastica molto vicine alla poesia e alla pittura talvolta. Lo svelano la nitidezza della messa a fuoco, una sottile vena romantica concentrata nei soggetti fotografati, la cura della composizione. In particolar modo nella fotografia di viaggio. La natura, l’ambiente, il paesaggio, gli uomini, l’architettura gli pongono dinanzi all’occhio straordinaria bellezza e lui, con lo sguardo, disegnando la luce, la traduce in un attimo tangibile, fatto di forza e fragilità al tempo stesso, connesso profondamente con l’anima del paesaggio e dell’umanità che lo abita.

Se le vostre foto non sono abbastanza buone, non siete abbastanza vicini”. Robert Capa

Nei reportage sociali, pur senza snaturare la sua indole delicata, Graziano Perotti spinge sul fatto che la fotografia è una scrittura con la luce. E scrivendo la fotografia è pensiero, denuncia, passione, informazione, documento. Sceglie spesso il bianco e nero – così è Idomeni, Il Muro, Scuola di Gomme, Dammi la mano – cosicché realtà e finzione, studio ed emotività, materia e spirito, si fondano e creino, tra grana e rumore, un mondo dove il soggetto ritratto da un lato e il pensiero e lo stato d’animo del fotografo dall’altro si incontrino e compongano un alfabeto di scrittura comune, o possibile. Questo incontro genera testimonianze, narrazioni, dubbi, possibili letture di una situazione, una possibile visione della realtà. Un momento della sua verità.

Graziano Perotti Hebron Gosth Town
Graziano Perotti Hebron Gosth Town

Così Graziano Perotti documenta i Territori Occupati. La fotografia è la scusa per fermarsi a guardare il mondo e soffermarsi negli spazi in-tra muri e barricate; documentando e restituendo una visione intima dei luoghi e delle persone. Sono fotografie che narrano questa triste e infinita storia da un punto di vista umanistico, in un colore fedele al fascino della pellicola che offre uno sguardo e un racconto garbato e intimo, ma diretto e senza fronzoli, dei rapporti arabo-israeliani, dei conflitti come dei conflitti di vita, della violenza, del disordine parte integrante della vita quotidiana di due popoli che cercano di vivere insieme mentre lottano per sopravvivere. La fotografia “Gerusalemme Palestina” trovo descriva, già solo nell’estensione corporea e corposa della luce, i muri psicologici e fisici che dividono i due popoli, in una terra dilaniata e separata dentro sé stessa.

Così documenta le tradizioni popolari – studio sul carnevale antropologico in Sardegna – dove impone un linguaggio visuale potente, affascinato dal mostrare stranezze e forse assurdità che, però, analizzate, non rappresentano altro che le radici profonde di un territorio e di una cultura. Un reportage che fa tornare alla mente Garcia Rodero, la prima spagnola che entrò in Magnum, celebre per la sua ricostruzione delle tradizioni popolari in Spagna.

Graziano Perotti Palestina Istruzione negata - Scuola di gomme
Graziano Perotti Palestina Istruzione negata – Scuola di gomme

Così Graziano Perotti guarda la straordinaria vicenda di Scuola di Gomme, storia di ingiustizia e di genialità al tempo stesso; la storia di Intrecci, vicenda molto attuale quanto delicata, una storia di poliamore convinto tanto nelle relazioni quanto nelle passioni dove le corde sono il mezzo di espressione e di comunicazione con l’altro; così compone il racconto di Dammi la mano.

Compone fotografia e racconto forse più come farebbe un editorialista che un giornalista di cronaca (che tra l’altro lui non ha mai voluto essere). Perché con le sue fotografie Graziano Perotti non vuole limitarsi a documentare la realtà ma, ben oltre, vuole commentarla. Ritiene importante mettere a fuoco, inquadrare, comporre e comunicare anche il suo punto di vista sul soggetto e sui fatti cui assiste. E ritiene imprescindibile e fondamentale farlo nel modo più onesto possibile: senza alterare, nemmeno nei colori o nella scala di grigi, la profondità emotiva che la scena sottende.

Un momento della sua verità.

Federicapaola Capecchi

Renzo Ferrari: Cose Figure Luoghi Mostra Personale dal 23 marzo 2018

Renzo Ferrari, Barca Merica, 2016, olio su tavola, 50×40 cm

Dopo la grande antologica allestita nel 2016 alla Fondazione Stelline, Renzo Ferrari (Cadro, 1939) torna a Milano con un’importante personale alla Casa Museo Spazio Tadini.

Dal 23 marzo al 22 aprile 2018, sarà possibile ammirare l’opera su tela e su carta che il maestro ticinese ha realizzato negli ultimi due anni. Una quarantina di acquerelli, disegni e oli di varie dimensioni che trovano la loro sintesi nell’impressionante progressione dei grandi quadri esposti in importanti musei italiani, svizzeri e stranieri.

Punto persistente di questo corpus di lavori la natura morta (o “Stilleben”, come titolano molti quadri di Ferrari) che, con l’avvicendarsi dei linguaggi e delle tendenze, trova nuova vita e nuove vie di rappresentazione. Questo tema vede il suo primo movente nella dimensione “retinica” dei Taccuini, realizzati copiosamente durante un ventennio a partire dagli anni Novanta. Nel corso tempo si trasforma linguisticamente fino ai lavori più recenti, caratterizzati dal piccolo formato e da una sorta di “personale minimalismo” reattivo alla proliferazione insulsa delle grandi opere con “effetti speciali” dell’attuale scena artistica.

Partendo da una presa di coscienza della condizione umana, Renzo Ferrari si lascia attraversare dalla realtà storica, “si fa impregnare dei suoi umori e la rielabora nelle sue pitture di immagini” in cui si coagulano suggestioni televisive, letterarie ad autobiografiche. In questi “appunti visivi” l’artista elimina lo “scenario”, cioè la densità dello “spazio-ambiente” (e “spazio-tempo”), per soffermarsi su (s)oggetti scarni e scarnificati, su presenze inquiete, a cui tuttavia non manca una sottile ironia. Ne sono un esempio i suoi teschi che, simili a delle macabre maschere africane, evocano una memoria ancestrale contaminata dal quotidiano e dalla squillante materia cromatica.

Figure e luoghi testimoni del tempo presente, dei flussi migratori e delle belligeranze completano la rassegna, corredata da un catalogo con testi di Flaminio Gualdoni e Luca Pietro Nicoletti.

Renzo Ferrari, Zimmer rossa e memento, 2016, olio su carta, 32×24

Note biografiche

Renzo Ferrari nasce l’8 febbraio 1939 a Cadro (Lugano), nel Canton Ticino. Si forma a Milano, dove frequenta il liceo artistico e successivamente l’Accademia di Belle Arti di Brera. Fra i suoi insegnanti figurano Luigi Santucci, Guido Ballo, Pompeo Borra, Luciano De Vita e Gianfilippo Usellini. Le sue prime opere sono ancora legate alla stagione dell’informale, evolvendo, poi, verso un tentativo di amalgamare la figura – matrice inconfondibile del suo iter creativo – con lo spazio reale e mentale. La Civica Galleria d’Arte Villa dei Cedri di Bellinzona presenta nel 1990 un’ampia antologica comprendente la produzione del ventennio tra il 1970 e il 1990; nel 1999 presso la stessa sede è inaugurato il Fondo Ferrari. La recente produzione dell’artista è oggetto di numerose esposizioni presso il Museo Epper di Ascona (1993), Palazzo Sarcinelli di Conegliano (1995 e 1998), il Broletto di Como (2003) e il Museo Civico di Belle Arti di Lugano (2004), oltre all’importante retrospettiva “Renzo Ferrari. Visioni nomadi”, realizzata tra il 2014 e il 2015 al Musée d’art e d’histoire di Neuchâtel e al Museo Cantonale d’Arte di Lugano. Tra il 2016 e il 2017 ha esposto alla Fondazione Stelline di Milano, alla mostra Swiss Pop Art al Kunstmuseum di Aarau e alla galleria Wolf di Ascona. Nel 2009 ha ricevuto il Premio Morlotti alla carriera. Le opere di Renzo Ferrari figurano in raccolte pubbliche (Civica Raccolta Bertarelli e Museo della Permanente di Milano; Museo Civico di Belle Arti e Museo Cantonale d’Arte di Lugano; Civica Galleria d’Arte Villa dei Cedri di Bellinzona; Centro Studi e Archivio della Comunicazione dell’Università di Parma) e in collezioni private sia in Svizzera che all’estero.

RENZO FERRARI

COSE FIGURE LUOGHI

OPERE 2017-2018 E ALTRE

Casa Museo Spazio Tadini

via Niccolò Jommelli 24, Milano

Orari: mercoledì, giovedì, venerdì e sabato

dalle ore 15.30 alle ore 19.30,

domenica dalle ore 15.00 alle ore 18.30

Ingresso al Museo 5 euro

0226110481

ms@spaziotadini.it

www.spaziotadini.com

Per informazioni e materiale stampa:

Ufficio Stampa Antea

anteapress@gmail.com