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MOSTRE MILANO: MARIO DE LEO – Circuito lirico – Spazio Tadini dal 1 al 26 marzo 2014

PERSONALE DI

MARIO DE LEO

Sabato 1 marzo inaugurazione ore 18.30

 Apertura da martedì a sabato dalle 15.30 alle 19

A cura di Claudio Rizzi e con la partecipazione di Moni Ovadia

Mario De Leo, artista e musicista è alla sua terza mostra presso l’associazione culturale Spazio Tadini (vedi le sue esposizioni con e a Spazio Tadini). In questa esposizione presenta anche dei manufatti in ceramica realizzati con Tiziana Rizzi. La serata inaugurale vedrà la messa in scena di una composizione inedita di Mario De Leo cantata da Marie Antonazzo accompagnata al pianoforte da Carlo Zerli per arrangiamento di Giancarlo Disnan.

Scrive del suo lavoro il critico Claudio Rizzi: “Graffiti incisi nell’anima come nel sasso. Scrittura di ritmo, metrica di poesia classica, di spartito musicale, di passi reiterati nella sequenza delle generazioni. Presente e passato, nord e sud, concreto e fantastico, quasi una linea continua di unico circuito lirico, si avvicendano e ritornano, dagli albori del mondo all’era tecnologica, rinnovando cammino, scoperta e ascolto. Testimonianza della realtà contemporanea e ritratto della natura umana, unica e immutabile, radicata alla terra e alla grandiosità del cielo”. Mentre il suo amico Moni Ovadia scrive: La conoscenza e l’amicizia che mi legano a Mario de Leo superano l’età di quattro decenni. Ci siamo  incontrati e riconosciuti nella comune passione per il linguaggio artistico, per la sua naturale dotazione nell’esprimere la pulsione irrefrenabile alla ricerca dell’umano nelle sue aspirazioni, ad esistere al di là della sopravvivenza. Ad esprimere e a farsi verità  nell’anelito alla giustizia,  all’uguaglianza, alla pace ( …). Quella pace, che sembra così lontana, nell’opera d’arte “impollinazione sonora” diviene un messaggio urgente auspicato dalla lingua del segno grafico-pittorico-materico che si offre come una nuova tavola dell’alleanza fra le genti”.

TESTO DI MONI OVADIA – L’impollinazione di Mario de Leo suona la pace

 La conoscenza e l’amicizia che mi legano a Mario de Leo superano l’età di quattro decenni. Ci siamo  incontrati e riconosciuti nella comune passione per il linguaggio artistico, per la sua naturale dotazione nell’esprimere la pulsione irrefrenabile alla ricerca dell’umano nelle sue aspirazioni, ad esistere al di là della sopravvivenza. Ad esprimere e a a farsi verità  nell’anelito alla giustizia,  all’uguaglianza, alla pace. De Leo ha fatto un lungo, lungo cammino, un’ininterrotta navigazione alla ricerca della propria cifra e di tutte le sue risonanze. Oggi nello spettro delle sue creazioni  approda al tema della pace per dedicare ad una pace agognata e difficile, la pace fra Israele e la Palestina  una delle sue ultime opere. Quella pace, che sembra così lontana, nell’opera d’arte “impollinazione sonora” diviene un messaggio urgente auspicato dalla lingua del segno grafico-pittorico-materico che si offre come una nuova tavola dell’alleanza fra le genti.

TESTO DI CLAUDIO RIZZI – CIRCUITO LIRICO

Restano, come i segni incisi nella tela, come le note di una colonna sonora, le tracce del tempo e dell’origine. Come i muri di pietra a confine dei campi, il territorio, la proprietà, terra e vita.Risuona l’eco suadente di luce fredda sospinta dal vento, di voci dal mare disperse tra fronde di ulivi.Le pagine iscritte nel quadro sono forse archetipi di antiche leggi, codici di tradizione per il viaggio nel destino. La liturgia del Sud, la rotta di mare e di terra, l’approdo, il Nord, la scoperta. Un percorso costellato di immagini, la diversità, stupore e distacco. Mentre sale la marea del nuovo e tutto muta, territorio, suoni e persino parole, affiora nell’animo la radice della memoria. E, consapevole o inconscio, il pensiero custodisce i valori primordiali, per non destabilizzarli in altro contesto, per non perdere misura e orientamento. Per amalgamare la sintesi difendendola dall’urto della velocità. Quel viaggio, da Sud a Nord, negli Anni ’60 di un secolo pur tanto vicino, comportava un’immersione rapida non solo attraverso le differenze geografiche ma nelle strutture di un mondo ove la velocità era arrivata prima. E il gesto meccanico della vita si contrapponeva al ritmo naturale dell’esistenza. Il tram di operai in fabbrica e il contadino con l’asino nei campi. Anche questo era nuovo paesaggio. Punti ascensionali. Chissà se questo titolo ricorrente nelle opere di Mario De Leo si riferisce al viaggio, alla tensione estetica oppure ai gradini di una scala infinita che sale alla scoperta dell’ignoto. Certo è che i punti ascensionali possono sottintendere l’anelito esistenziale del loro artefice. Ascendere significa più di salire. De Leo non cercava il Nord ma una cima favorevole alla visione prospettica. E durante l’ascensione sostava talvolta per osservare attento, senza mirare la meta ma guardando anzi l’origine. Tornavano le immagini di casa, di campagna, il capanno degli attrezzi. E di attrezzi è ancora pieno oggi lo studio per elogiare il rito della manualità e il sapore del lavoro. Manufatto è parola frequente nel dialogo di De Leo, è significativa nel connubio tra radice e attualità. Negli Anni ’70 risuona nel brusio della città il ticchettio metallico dei centri meccanografici. Era il nuovo orizzonte della contabilità, il massimo dell’epoca moderna. Una macchina grande e grossa, con aghi appuntiti, bucava schede di cartoncino e i buchi traducevano cifre, codici, parole. Quelle schede ben presto furono pensionate da una nuova generazione di piccoli mostri chiamati circuiti prestampati. Nel frattempo il vecchio era gettato alle ortiche e si inventava il termine rottamazione, simulando di agevolare il nuovo per il benessere comune ma ben sapendo che con i rottami si facevano soldi. De Leo non fece soldi ma opere. Sculture, quadri, oggetti che non intendevano chiamarsi installazioni ma possedevano l’ironia della provocazione culturale. Lui che aveva dipinto le figure amazzoniche, prototipi o progenitori di umanità incontaminata, non poteva rendersi complice della negazione e del rottame, anzi ne divenne antagonista per recuperare e rigenerare a nuova dignità. Nacquero così totem, figure, macchine della suggestione per testimoniare un viaggio a ritroso, per ricondurre la tecnologia, opera dell’uomo, a manufatto, a simbolo antropomorfo, a rivisitazione cibernetica. Eppure De Leo sapeva che il mondo veleggiava verso e con la tecnologia. E con grande rispetto ne ha interpretato il senso e l’emblema, ne ha adottato essenza e codici, poi l’ha presa per mano e condotta in un percorso ascensionale. Così la comunicazione fredda e quasi sincopata di un breve tweet è divenuta “lettera cosmica” e gli strumenti funzionali si sono tramutati in “circuito estatico”. Una lettera si scrive a qualcuno: se è cosmica è indirizzata al mondo, è un appello, una preghiera, densa di coralità, ben più della semplice missiva colloquiale e privata. Parla a tutti, ascoltata forse anche dalla luna. Un circuito è autonomo, si compone di elementi, connessioni, rapporti di interazione per generare un effetto. Ma improvvisamente l’insieme si ferma e va in estasi. Non in tilt, ma in contemplazione del sublime. “Circuito estatico” è la nobilitazione dei sentimenti che la tecnologia non possiede, eppure, per un attimo, tutto si colora d’immenso. E come l’uomo un tempo tratteneva emozione e parole al cospetto dell’opera d’arte, così il computer si astrae per ascoltare inattesi moti dell’animo. Suoni profondi, lontani, eco di terra e d’antico. Segni di natura mutata nel tempo, tradotta nelle epoche, oggi scritti digitati a monitor, una volta graffiti di pietra. “Graffiti sonori”, di parola e di musica, l’altra metà del mondo di Mario De Leo, musicista dedito alla tradizione e alla rivisitazione etnica. Voci delle genti, canzoni del ricordo, confessioni del cuore nella lontananza, nel viaggio, nello stacco della velocità. Altro lato della solitudine, come l’estasi, il silenzio, l’intimità. Graffiti incisi nell’anima come nel sasso. Scrittura di ritmo, metrica di poesia classica, di spartito musicale, di passi reiterati nella sequenza delle generazioni. Presente e passato, nord e sud, concreto e fantastico, quasi una linea continua di unico circuito lirico, si avvicendano e ritornano, dagli albori del mondo all’era tecnologica, rinnovando cammino, scoperta e ascolto. Testimonianza della realtà contemporanea e ritratto della natura umana, unica e immutabile, radicata alla terra e alla grandiosità del cielo.

Mostre Milano: per la serie Pocket Exhibit mostra di MARCO BAJ: Meduse dal 1 al 7 marzo

 

Per la serie a cura di Francesco Tadinimostre-milano-pocket-exhibit Sabato 1 marzo

MEDUSE di marco baj

inaugurazione 1 marzo ore 18.30 (mappa)

Il 7 marzo, in occasione della mostra di Marco Baj si svolgerà la presentazione del libro Nuova Vandea, di cui è coautore, alle 18.30 con Gian Ruggero Manzoni, Sebastiano Adernò, Simone Zanin.

Testo e curatela di Nadja Perilli (scarica pieghevole)

Le Meduse di Baj toccano la letteratura con uno slancio di percezione, fluttuano nell’astrazione e cercano una metrica: giocano tra derivazioni scientifiche e suggestive mitologie. Esse scherzano con il serio, navigando in un mare di leggerezza; parlano con ironia, con un lessico seriamente dislessico. Il gioco tra curve e rette determina territori invisibili, trame impercettibili, aree aeree, intrecci posticci. Meduse movibili, mobili: si trasgendono, si gonfiano, si appiattiscono, si ripiegano su stesse, dentro se stesse, fuori da se stesse; cercano trasparenza smisurata. La scienza è un aggettivo dove si può correre strade periodiche, creare periodi senza punteggiatura, liberare il salto, tra naturale e artificiale, tra sapere e simboli. Il dialogo tra carne e disfatto duetta allegramente nell’assurdo, salti, balzi, piroette: rendono impalpabile. Graffiano, rigano, scalfiscono la natura, il loro ambiente. Le meduse di Baj, non sono solo Cnidarie, anche, sono suggestioni di forme archetipe, evanescenti sagome di conoscenza, libere interpretazioni di una dicotomia, tra la rarefazione e la moltiplicazione, tra la dilatazione e la semplificazione, tra l’estensione e la deduzione.  

Biografia

Nato a Magenta nel 1978, Marco Baj è pittore, ceramista, incisore e studioso specializzato in ricerche nell’ambito della ‘Patafisica. Dopo aver conseguito la maturità artistica frequenta un Master in Visual Design presso la Scuola Politecnica di Design diretta da Nino Di Salvatore, a Milano, dove studia con Carlo Nangeroni che diverrà amico e guida. A metà degli anni ’90 stringe amicizia con l’omonimo artista Enrico Baj, frequenta il suo atelier di Vergiate e corrisponde con lui Nel 2000 apre il suo atelier di Milano ed intensifica l’attività pittorica ed espositiva con numerose collettive in Italia ed all’estero.  Firma il suo primo manifesto, contro la guerra, nel 2002 a fianco di Enrico Baj, Mimmo Rotella, Ugo Nespolo, Harald Szeemann e molti altri. Nel 2007 incontra sull’isola greca di Santorini la ceramista Galatea Papageorgiou con cui collabora a tutt’oggi regolarmente per la realizzazione delle proprie ceramiche. Lo stesso anno riprende lo studio e gli interessi nell’ambito della ‘Patafisica, Scienza delle Soluzioni Immaginarie, a cui fu introdotto da Enrico Baj. Aderisce al Gruppo Ultranovecento, nato sotto l’egida di Gian Ruggero Manzoni, che radica proprio nella lungimiranza di Simone Zanin e Marco Baj. Dunque la firma di un secondo manifesto, quello del gruppo, aperto appunto da una corposa e profonda premessa di G.R. Manzoni. Dal 2009 il riproporsi della necessità del disegno lo conduce alla realizzazione di collage articolati in complesse tecniche miste che, tuttavia, non dimenticano il percorso pittorico precedentemente svolto integrando i due aspetti formali. Nel 2010 viene diplomato presso il Collage de ‘Pataphysique di Lovere (uno dei più eminenti centri di studio in materia al mondo) e lo stesso anno ne diventa Provveditore Co-Rettore. Amante della poesia e dell’editoria raffinata realizza numerosi libri d’artista e plaquette con Simone Zanin, Sebastiano Adernò, Tania Lorandi, Luca Ariano e Sandro Montalto,  pubblicando con le edizioni del Collage de ‘Pataphysique, le Edizioni Pulcinoelefante, le Officine Ultranovecento e per I Quaderni del Platipo.
Tra personali possiamo ricordare:
“Contrasti: Amat/Baj/Ricardi” Circolo Bertoldt Brecht, Milano, 2001;
 “La vertigine della miriade”, Casa di Tolleranza, Milano, 2003;
“Baj /Del Basso: della divisione come possibilità di indagine”, Galleria Arte e Pensieri, Roma, 2004;
“Marco Baj / Sergio Sansevrino”, Galleria Andrè, Roma, 2007;
“Marco Baj: Opere 1997-2007”, Università Bocconi, Milano, 2007;
“Semibischromie”, Banca Sella, Milano 2008.
Tre le principali mostre collettive e premi:
Nel 2004: “Frequentazioni”, Galleria Arte e Pensieri, Roma;
“Premio Giovani”, Accademia di San Luca, Roma
“Il Sacro”, Galleria San Fedele, Milano.
Nel 2005 è vincitore del “Premio B.A.RT.”, Fondazione Bandera, Busto Arsizio.
Nel 2006  “Il Viaggio: Essere In/Moto”, Galleria San Fedele, Milano.
Nel 2008 è invitato a partecipare all’omaggio a Pippa Bacca “The Bride to Peace / Barışın Gelini”, Istanbul, Turchia.
Nel 2009 “A6”, Artspace K2, Remagen, Germania;
“Opere su carta: Artisti Italiani ed Americani” Thaddeus C. Gallery, La Porte IN, USA.
“I Muri dopo Berlino”, Spazio Tadini, Milano.
Nel 2010 “Baj, Borghi, Delhove, Nenciulescu, Nitti Sotres” 68metriquadri, Milano; “Ultranovecento – percorsi di ricerca oltre il secolo breve”, Loggetta del Trentanove, Faenza;
“Acquisizioni 2010”, Museo Parisi-Valle, Maccagno.
Nel 2011 “Ubu sous la dalle” , omaggio ad André Blavier, Archeoforum, Liegi (Belgio).
Nel 2012 Premio ad invito Maccagno, Museo Parisi-Valle, Maccagno.
Nel 2013 Sintassi Contemporanee”, Museo Parisi-Valle, Maccagno.

Arte Milano: perfomance di Franco Scepi: “La Spogliazione del Tempo” 25 febbraio a Spazio Tadini

FRANCO SCEPI: CANCELLATO # EMILIO TADINI

“La Spogliazione del Tempo”

Martedì 25 Febbraio ore 18,30

Performance in clima Fluxus con:   l’Organo Meccanico di Scepi, Xena in Scena, Nik Gentile al Mega Fono

Il Regista Francesco Paladino, premio Film Festival New York 2009 userà la mostra di Scepi per le riprese del nuovo film # Cancellato ispirato all’artista.

Gli hashtag # CANCELLATO che Franco Scepi sovrappone,  sono etichette non invasive,  segnali che evidenziano e non cancellano, cortocircuito con il significato letterario della parola cancellato. Le azioni # Cancellato di Scepi sono avvenute su Marco Aurelio in Campidoglio e su altri 21 monumenti nelle piazze Italiane.                                                                      In questa mostra che si chiuderà il 26 febbraio, da considerarsi in qualche modo storica, le opere del grande artista Emilio Tadini, sono state cancellate  da Franco Scepi  secondo una modalità che quest’ultimo definì negli anni 60                           Over Ad’ Art, ovvero il capovolgimento del senso dell’arte Pop di Warhol  che Scepi  frequentò,  dove l’artista Over riutilizza le immagini pubblicitarie da lui stesso create per restituirle ad una nuova fruizione fatta di cancellature over pitture.                                       La performance finissage,  “La spogliazione del Tempo”, ci riporta al clima Fluxus amato da Scepi e alle sue collaborazioni con Gianni Sassi , ma anche ai suoi surreali  film d’autore, alla frequentazione di Bunuel  e alle utopie dell’arte  inizio 900.                           Si tratta di una sorta di triangolazione del cerchio, la bambola rococò vive sul carillon (strumento musicale automatico del diciassettesimo secolo) avvolta nel suo immaginifico strabordante vestito, lusingata dalla sua stessa vocalità, mentre l’organo meccanico stridulante e grazioso si fonde all’effetto contrastante ed urlato di un megafono sindacale. Il tempo si spoglia della sua logica matematica la consequenzialità  si confonde in un momento orchestrato dalla casualità, affatto casuale, che trae dalla imperfezione la sua ragione di essere Fluxus : arte e vita! #cancellato Tadini vivo Tadini.