PIO TARANTINI – fotografo e giornalista presenta IMAGO: fotografia e movimento a Spazio Tadini – 21 settembre ore 18.30

Nudo, sedia e termosifone, A, 1984

Pio Tarantini espone a Milano, presso Spazio Tadini, lavori inediti e altri frutto di un percorso di ricerca di diversi anni sul mosso con IMAGO (dal 21 settembre al 14 ottobre 2011). Tarantini oltre ad essere un fotografo è anche un giornalista. Dice di lui Fabio Castelli che ha selezionato un suo originale lavoro fotografico sulla bandiera italiana in occasione di Mia: ” La prima edizione di MIA, Milan Image Art fair, coincide con un appuntamento importante della storia italiana, i 150 anni dello Stato unitario, e, per l’occasione, mi è parso opportuno cercare un’opera fotografica che interpreti e rappresenti artisticamente l’evento. L’ho individuata in un polittico di Pio Tarantini, affermato fotografo e attento analista del linguaggio fotografico, a cui mi accomuna una ormai consolidata collaborazione su diversi fronti del pianeta fotografia. Tarantini ha fotografato, nel 1998, i colori della bandiera italiana dipinti su un vecchio muro di cinta dell’area Portello…. Con intelligente operazione artistica, che si esprime a più livelli, ha ripreso quel fotogramma, nell’originale una pellicola di formato cm 6×9, e lo ha inserito all’interno di un vecchio châssis fotografico di legno,”  MIA (Milano image art fair www.miafair.it) con un’opera sulla bandiera italiana.

Quest’anno Tarantini ha pubblicato il volume FOTOGRAFIA – Elementi fondamentali di linguaggio, storia, stile. La presentazione ufficiale del libro si è svolta presso la  Galleria San Fedele, il 4 aprile, di quest’anno alla presenza di Gigliola Foschi, storica e critica della fotografia; Giovanni Pelloso, critico fotografico e giornalista.  Il volume è il risultato dell’attività didattica dell’autore, con un impianto divulgativo indirizzato a tutti quelli che si avvicinano alla fotografia e vogliono conoscere gli elementi fondamentali del suo linguaggio e della sua storia. Raccoglie inoltre alcuni scritti di approfondimento relativi al linguaggio fotografico e al rapporto tra fotografia, arte e mercato. In chiusura una corposa appendice con schede informative sui fotografi più significativi, con particolare attenzione a quelli italiani.

Parlare di fotografia è impegnativo perchè vive un momento particolare che così definisce Pio Tarantini in un articolo intitolato Dall’ambiguità alla banalità: “Sull’ambiguità del linguaggio fotografico sono stati scritti negli ultimi decenni molti articoli e interi capitoli di importanti saggi: un discorso, questo intorno alle complicazioni creative e storico-critiche sui diversi aspetti e modi di lettura della fotografia, di estrema attualità, tanto che chi scrive queste note è stato spinto a farlo anche dalla lettura di un paio di articoli pubblicati sulla terza pagina del maggiore quotidiano italiano, il Corriere della Sera, in data 12 luglio 2006. Il primo dei due articoli, a firma di Gianluigi Colin, artista, giornalista e studioso di fotografia, nel recensire la mostra di fotografia, Off Broadway: sei giovani autori di Magnum e il nuovo racconto fotografico, tenuta presso il PAC di Milano, evidenzia gli aspetti innovativi nel linguaggio di reportage di questi autori che si distaccano sempre più dalla tradizione di impianto realistico per avvicinarsi a forme più vicine alle espressioni dell’arte. Il tutto condito dalla curiosa contraddizione degli autori che scelgono di esporre le immagini in maniera anonima mettendo in mostra dei “senza nome” piuttosto che “senza titolo”, o Untitled che dir si voglia: complesso di colpa? L’articolo di Colin, che si limita a prendere atto dell’esperienza – “La fotografia è morta: diventa arte. A tutti i costi” è il titolo del pezzo – è accompagnato, nella stessa pagina, da un altro articolo, di Arturo Carlo Quintavalle, uno dei più illustri studiosi italiani di fotografia, che evidenzia proprio questa contraddizione della fotografia che vive un momento di transizione da medium di comunicazione a mezzo elitario, ossia a oggetto d’arte vincolato alle leggi di mercato. Una plateale contraddizione dunque fa emergere questa mostra – pure molto interessante per riflettere sull’affannosa ricerca di nuovi modi di proporre il reportage – tra il sempre necessario bisogno di testimoniare secondo la preferenza e la prevalenza di un linguaggio più documentario, più facilmente leggibile e vie espressive di sapore più prettamente artistico. Contemporaneamente a questa mostra si è tenuta sempre a Milano presso un altro spazio istituzionale, lo Spazio Oberdan, l’esposizione curata da Filippo Maggia di Tracey Moffatt, un’artista australiana nata nel 1960. Le opere della Moffatt, presentate in chiave antologica, rappresentano molto bene le contraddizioni in cui si dibatte certa ricerca artistica che si basa preferibilmente sull’uso del mezzo fotografico. Si passa così da alcune opere di notevole intensità che riescono a sintetizzare il pensiero dell’artista in fortunate composizioni ad altre in cui si rimasticano attraverso i nuovi strumenti di composizione digitale vecchi linguaggi tra il pop e il trash: e, a completare l’eclettismo – nella sua valenza positiva – dell’artista si affiancano immagini di vita quotidiana che hanno bisogno di didascalie, parti integranti dell’opera, perché se ne possa capire il senso.

Non è il luogo questo per poter approfondire questi esempi espositivi che avrebbero bisogno di uno spazio redazionale esclusivo ma li ho segnalati perché mi paiono sintomatici del serio problema, di cui si accennava all’inizio, dell’ambiguità del linguaggio dove ogni immagine può significare una cosa e un’altra ancora e il suo opposto. Il tutto avviene quando questa ambiguità, semantica e propositiva, va a innestarsi dentro un mercato dell’arte in crescita esponenziale che accoglie finalmente la fotografia tra le arti maggiori e un secolo e passa dopo le antiche diatribe otto-novecentesche può accadere, forse è accaduto, che si formi una “bolla speculativa”. Una bolla importante non tanto da un punto di vista economico-finanziario: chi non ha interesse tra fotografi, galleristi, critici, giornalisti e operatori vari a che una fetta (piccola, in verità) del denaro che gira intorno al mercato dell’arte sia deviato verso l’opera squisitamente fotografica? E su questa apparente, per certi aspetti, distinzione occorrerà poi spendere qualche parola. La bolla risulta invece più interessante e importante per l’apparato storico-critico di cui ha bisogno per autolegittimarsi: ecco allora che scatta il meccanismo del “tutto è possibile”.

Siamo lontani, molto lontani, dall’analisi critica di Jean Clair[1] che già nel 1983 scriveva della sua meraviglia e disincanto nei confronti di un’Arte snaturata, genuflessa ai miti moderni delle avanguardie. Le famose, importanti, decisive Avanguardie Storiche del Novecento che, per Clair, diventano, in poco tempo, accademia, conformismo. Scrive al proposito, tra l’altro, Clair: «L’avanguardia, esasperando e esagerando la modernità, tende a negarla: si nutre di essa, ma la divora.» e ancora: «La parola importante è “conformità”: l’avanguardia non è il moderno poiché, esattamente come l’estetica neoclassica di Winckelmann, essa si conforma ad un modello. La modernità, il senso moderno, è al contrario il senso dell’unico, del fuggitivo, del transitorio.».

SPAZIO TADINI, via Jommelli, 24 IMAGO dal 21 settembre al 14 ottobre 2011 ARTE di novembre circa la mostra: Arte Nov 08-4