Franco Viganò espone a Spazio Tadini un percorso suggestivo di scatti intrisi di un modo di guardare denso, che lui definisce di ipercontrasti. I colori infatti sono saturi, riescono ad imprimere un corpo quasi surreale alla realtà che pure appare nella sua semplicità.
dal 24 maggio al 24 giugno 2016
Spazio Tadini, Casa Museo di via Jommelli 24 (vedi MAPPA) diretta da Melina Scalise e Francesco Tadini.
Viganò è in mostra – in questi stessi giorni – anche all’Università Cattolica di Milano con La misericordia è una carezza, insieme a Marta Carenzi e a cura di Cecilia De Carli– direttore del Centro di Ricerca per l’Educazione attraverso l’Arte e la mediazione del patrimonio culturale sul territorio e nei musei (Crea).
“In occasione di questa mia mostra fotografica a Spazio Tadini, contemporanea a quella all’Università Cattolica, qui con immagini varie dai particolari sfocati e i colori intensi, là con ritratti dettagliati di anziani e malati, mi sono interrogato sul perché di questa mia dicotomia nella fotografia, nonché nella scrittura, dove dopo un romanzo di 800 pagine, visionario e delirante, sto completando una raccolta di raccontini brevissimi, ossuti.‘
Devi decidere cosa farai da grande’, mi dicevano Francesco e altri fotografi anni fa davanti alle mie foto.“In In occasione di questa mia mostra fotografica a Spazio Tadini, contemporanea a quella all’Università Cattolica, qui con immagini varie dai particolari sfocati e i colori intensi, là con ritratti dettagliati di anziani e malati, mi sono interrogato sul perché di questa mia dicotomia nella fotografia, nonché nella scrittura, dove dopo un romanzo di 800 pagine, visionario e delirante, sto completando una raccolta di raccontini brevissimi, ossuti.
A parte la risposta istintiva: ‘Peter Pan’ e il rifiuto di pensarci sopra, ci ho riflettuto l’altro ieri di mattino presto, davanti al mare ligure, dove mi trovavo per realizzare un servizio fotografico di tipo alberghiero per amici di amici che ne avevano bisogno per il loro sito internet.
Ho pensato anzitutto che è assurda questa ricerca ovunque e dovunque del filo conduttore, del tema centrale, quasi la vita fosse monotematica e monocorde. La vita è una cosa che accade mentre noi accadiamo a lei, fotograficamente è bianco e nero, estremismi di correnti che si fondono e si esprimono nell’infinità degli spruzzi dei grigi.
A parte la risposta istintiva: ‘Peter Pan’ e il rifiuto di pensarci sopra, ci ho riflettuto l’altro ieri di mattino presto, davanti al mare ligure, dove mi trovavo per realizzare un servizio fotografico di tipo alberghiero per amici di amici che ne avevano bisogno per il loro sito internet.
Ho pensato anzitutto che è assurda questa ricerca ovunque e dovunque del filo conduttore, del tema centrale, quasi la vita fosse monotematica e monocorde. La vita è una cosa che accade mentre noi accadiamo a lei, fotograficamente è bianco e nero, estremismi di correnti che si fondono e si esprimono nell’infinità degli spruzzi dei grigi.
Così la nostra sensibilità corre in greti lontani l’uno dall’altro provenendo dallo stesso cuore.
La mia è attirata dalla felicità e dalla gioia totali, che passano inevitabilmente dal dolore e dalla sofferenza pura. Per questo i ritratti, esatti, scolpiti dei volti faticosi provati da una teologica ingiustizia e da una banale realistica sfortuna. Ecco allora i miei servizi fotografici a centri per disabili, non vedenti, tossici e alcolizzati, anziani e malati. Per questo il libro che sto scrivendo dal titolo ‘Cattiverie’. Insomma ‘il giorno’.
E poi, da sempre, sono attratto dai sogni, quelli che arrivano di notte mentre dormi, che sono l’altra realtà di noi, la nostra notte. Lì i colori sono diversi, e le emozioni evidenziate: i sogni sono ipercontrastati, sottoesposti, hanno una saturazione eccessiva, non guardano il dettaglio della realtà ma l’emozione che vive in lei. Sempre più spesso fotografo cose che mi colpiscono profondamente ma che trovo realizzate nella loro elaborazione onirica più che nello scatto tecnico con taratura precisa del bianco, temperatura esatta del colore, esposizione calcolata. Soprattutto nei viaggi la realtà è zeppa di immagini che sono della stessa sostanza dei sogni. Diversamente dai visi scolpiti dei sofferenti, dove l’esattezza del dettaglio è rispetto descrittivo dovuto al loro dolore.
Sia quelle ‘cose’ che questi ‘volti’ hanno in comune la marginalità e l’inutilità, due aspetti della realtà che per me sono qualità essenziali della vita. E’ questo che mi fa sentire comuni, fratelli, due approcci fotografici così diversi.
In questa mostra non c’è un tema conduttore vero e proprio, visto che ci sono immagini della Sicilia, del Giappone, inglesi, un geko defunto, rovine, metropolitane, sassi e qualche persona. Non è una mostra ‘su’ qualcosa’ ma ‘di’ o ‘per’ qualcosa. Il leitmotiv è l’emozione che sta dietro l’immagine (gli ‘iso’ dell’anima’, il bianco e nero colorato), proprio come il sogno che sta dentro al sonno: e anche la vulnerabilità, il grande sentimento dimenticato di essere indifesi di fronte a tutto.
Continuerò a far ritratti esatti e foto ipercontrastate. Sono sempre io, ed è questo che farò da grande.
Aneddoto finale, forse l’inizio di questa storia: tanti anni fa, di ritorno dal teatro, pioveva tantissimo e io forzavo al massimo i tergicristalli, parcheggiato sotto la casa di Sylvia. Lei mi disse di fermarli, che le piaceva così la realtà, inesatta, sfocata, come se si fossero dimenticati gli occhiali. La realtà bagnata era meravigliosa, stimolava la fantasia ed era tenera come un cane bagnato, e commuoveva.” Franco Viganò