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L’arte in impresa: Emilio Tadini e Sisal tra fiaba e realtà

“Tadini per Sisal. Spazio del Possibile” è la mostra realizzata dall’Archivio Storico Sisal insieme all’Archivio Emilio Tadini e Casa Museo Spazio Tadini negli spazi di via Niccolò Jommelli 24 a Milano, dall’11 novembre 2026 al 5 febbraio 2027. Il progetto espositivo ripercorre il rapporto tra Sisal ed Emilio Tadini, pittore, scrittore e intellettuale tra le figure più significative della cultura milanese del secondo Novecento. La collaborazione con l’azienda nasce in una stagione di profonde trasformazioni tecnologiche e culturali. Era la fine degli anni 90, quando Sisal scelse di affidarsi al linguaggio dell’artista per immaginare un’opera che la rappresentasse l’azienda c’erano grandi cambiamenti in atto. Tadini realizzò La Grande Fiaba, opera che è diventata simbolo dell’ impresa. In occasione della rassegna Musei d’Impresa “torna a casa” ovvero alla Casa Museo dedicata e Tadini con in mostra oggetti e documenti d’epoca.

A oltre venticinque anni di distanza, quella esperienza offre oggi l’occasione di rileggere una fase significativa della storia di Sisal e scoprire la poetica di Tadini che in quegli anni, con il ciclo Fiaba sviluppò profonde riflessioni sulle condizioni dell’Uomo contemporaneo alle soglie del nuovo Millennio. Milano – è stata ed è ancora -un terreno di crescita, innovazione e partecipazione culturale tanto da identificarla come come “spazio del possibile”, ovvero dove realizzarsi, dove poter mettersi in gioco e avere più chance, al pari di tutte le grandi metropoli.

La mostra si sviluppa simbolicamente attorno ai segni 1-X-2, legati alla storica schedina Sisal ed entrati nel lessico visivo dell’artista. Attraverso questi simboli, il percorso racconta il dialogo tra arte e impresa, il possibile come spazio dell’immaginazione e Milano come luogo di incontro, relazioni e sperimentazione.

Attraverso opere, documenti e materiali d’archivio, l’esposizione restituisce il valore di una collaborazione che ha lasciato un segno non solo nella comunicazione aziendale, ma anche nella memoria culturale del suo tempo.

La mostra rappresenta una nuova tappa nel percorso di valorizzazione dell’Archivio Storico Sisal e del patrimonio culturale dell’impresa, riconoscendo nell’arte uno strumento per rileggere la propria storia e metterla in dialogo con il presente. In questa prospettiva, l’iniziativa si inserisce nel calendario della XXV Settimana della Cultura d’Impresa, promossa da Confindustria, alla quale aderisce Museimpresa, associazione di cui Sisal è socia.

L’inaugurazione, in programma mercoledì 11 novembre alle ore 18:30, si aprirà con gli interventi dei rappresentanti di Sisal e Casa Museo Spazio Tadini, seguiti da una visita guidata alla mostra a cura delle curatrici e da un momento di incontro con gli ospiti.

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Informazioni sulla mostra

•              Sede: Casa Museo Spazio Tadini, via Niccolò Jommelli 24, Milano

•              Inaugurazione: 11 novembre 2026, ore 18:30, con prenotazione tramite Eventbrite

•              Periodo espositivo: dall’11 novembre 2026 al 5 febbraio 2027

⦁              Accesso libero e gratuito: dal mercoledì al sabato, dalle 15:30 alle 19:30

⦁              Visite guidate con le curatrici Melina Scalise e Michela Di Giorgio: gratuite, con prenotazione tramite Eventbrite da novembre a febbraio inserirei le date per facilitare la diffusione e per info: mail melina@spaziotadini.com

Textile Archeology: Mostra di Eugenio Dallari a Milano

Gli abiti tra identità, storia e declino nell’opera di un artista alla sua prima personale Eugenio Dallari alla Casa Museo Spazio Tadini a cura di Melina Scalise dal 22 maggio al 27 giugno 2026: Textile Archeology. Inaugurazione il 22 alle ore 18.30 via Jommelli, 24 Milano. In un mondo in cui l’immagine — nella sua bidimensionalità fotografica o filmica — è diventata lo strumento d’elezione per raccontare e validare l’individuo, l’artista Eugenio Dallari riporta l’attenzione sulla materia: l’abito.

“I vestiti sono contenitori di corpi, come i corpi sono, a loro volta, i contenitori delle anime; il vestito è l’ultimo feticcio, il segnaposto che rimane quando qualcuno non c’è più”, spiega Dallari.

“E’ interessante la sua ricerca sull’abito sia sul piano simbolico che sociologico – spiega la curatrice Melina Scalise – Il vestito è uno strumento necessario per proteggere il corpo, ma, nella sua evoluzione storica, oggi è diventato un “continente”. In alcuni paesi Africani come il Ghana gli abiti “spazzatura” riempiono e creano territori, nuovi paesaggi. Quegli abiti che arrivano sono chiamati “gli abiti degli uomini bianchi morti” perchè ritengono che nessun uomo in vita invierebbe una quantità così grande. Ebbene in quel “morti” cosa è nascosto? E’ morto qualcosa nella civiltà dell'”uomo bianco?” L’arte di Dallari ci propone uno sguardo”.

Diplomatosi a Brera durante l’emergenza Covid, Eugenio Dallari ha vissuto il momento in cui il corpo si smaterializzava e la vita traslava interamente nella rete.

Se Michelangelo sosteneva che il blocco di marmo contenesse già la forma e che il compito dell’artista fosse solo quello di liberarla, Dallari lavora sul “contenitore” della forma umana per farne emergere l’individuo. L’insieme caotico degli abiti è la materia da cui si svela il corpo. Scompare, per lui, l’idea dello scultore della materia solida e longeva, per “vestire i panni” dello scultore e pittore della materia morbida, dinamica, frammentata e deteriorabile, che elegge il corpo a proprio fulcro narrativo. Dallari lavora sui vestiti come su un’eredità effimera prodotta dall’essere umano, capace di sommergerlo tanto quanto di proteggerlo, rappresentarlo e ricordarlo, sia come individuo che come essere sociale.

“Spesso l’abito è il segnaposto di chi non c’è più — dice Dallari — il simbolo di un passato che, con la sua presenza materiale, ci restituisce la persona più di una fotografia. C’è la sua forma, il suo profumo, il suo colore, il suo modo di stare al mondo; il suo posto ancora saldo nel mondo fisico“.

L’abito come reliquia eleva ogni individuo a figura sacra. Dallari compie uno spostamento del sacro nella dimensione umana: non usa la luce per illuminare l’uomo e le piccole cose quotidiane — come ci insegnarono a vedere Caravaggio o Van Gogh — ma si serve di un involucro. Una sorta di bozzolo dell’anima, tessuto dall’Uomo per essere “presentabile” al mondo.

Il suo lavoro rimanda all’Arte Povera di Pistoletto e Pascali, ma affonda le radici in una narrazione contemporanea per raccontare non solo la frammentazione e il caos, ma la perdita d’identità, del corpo, del senso sociale e dell’equilibrio tra produzione antropica e naturale.

SOS – 30X40 CM – ACRILICO, VERNICE E TEMPERA SU TELA – 2025 – Eugenio Dallari

Dallari propone dipinti come piccoli scorci di un paesaggio completamente dominato da un insieme indistinto di vestiti e tessuti, da cui emergono frammenti anatomici: una mano, un volto. L’uomo ne è sommerso, quasi oppresso, come se gli abiti fossero macigni. Sono materiali scelti per testimoniare abitazioni, corpi e vite — spesso finite o abbandonate — ma anche dimensioni scomposte di esistenze possibili: camouflage di un unico individuo e, al contempo, di una moltitudine.

Oggi esistono luoghi dove gli abiti dismessi sono diventati isole, colline, stratificazioni di una nuova archeologia: quella del “disabitare”. Gli abiti diventano testimonianze dell’allontanamento dal proprio “stare” al mondo per farsi manifestazione di una civiltà svestita, che non sa più scegliere come presentarsi, priva di modelli e quasi priva di corpi.

Da queste premesse, le installazioni di Dallari raccontano tanto l’emarginazione quanto il fast fashion, risultato di un consumismo compulsivo di abiti pensati per interpretare “vite possibili o usa e getta”. Ma evocano anche gli abiti sparsi sulle spiagge o galleggianti nel Mediterraneo, macabre testimonianze della ricerca di nuovi luoghi da “abitare”.

L’abito diventa così il naufragio di un individuo che non si sente più a casa, a cui non è rimasto che un corpo nudo, sepolto da vestiti tra cui non sa più scegliere.

Testo di Melina Scalise

Eugenio C. Dallari è nato a Segrate, classe 1994, Vive e lavora a Cologno Monzese (MI)- Si diploma nel 2020 all’accademia di Belle Arti di Brera.

Mostre

2018 La conferenza degli uccelli – Artepassante in collaborazione con la Dual Band – a cura di Roberta Secchi, Simone Lampis e Cristina Negro (Milan)

2019 Performer festival della peste, Virus! – fondazione Lazzaretto – a cura di Roberta Secchi, Simone Lampis e Cristina Negro (Milan)

2020 “Stiamo facendo un mondo” – Performance nella Chiesa di San Carpoforo (Milan) – a cura di Gabriele di Matteo

2020 Save Madness – Fondazione Lazzaretto – a cura di Roberta Secchi, Simone Lampis e Cristina Negro – Online performance (MI)

2021 Muselmann, a tribute to Aldo Carpi – a cura di Stefano Pizzi, Barbara Nahmad e Vittoria Coen – Memorial Shoah Milano

2021 Neimand is Perfect, a tribute to Al Hansen – a cura di Gabriele di Matteo, Bibbe Hansen, Steve Piccolo, Antonio Cioffi, Pau Masclans – Online performance

2022 “AMOR VACUI” Mostra bipersonale con Daniela Tomerini TERMINUS DIGITAL ART; Via Pietro Custodi 8, Milan – a cura di Pierpaolo Ceccarini, Franco Zanetti, Paolo Lagazzi

2023 A VERY LONG SAILING TRIP – Ex Chiesa di San Carpoforo (Via Formentini, 12 – (Milan)) Live performance a cura di Gabriele Di Matteo con Filippo Zoli, Ernesto Raimondi, Andrea Bertolin, Pau Masclans, Josse Renda e Martina Fichera

Storie e dipinti di Beppe Mecconi in mostra

Storie e dipinti di Beppe Mecconi alla Casa Museo Spazio Tadini il 21 novembre 2025 con in esposizione i suoi dipinti. Un’occasione per conoscere da vicino un autore che si esprime attraverso l’arte in varie declinazioni dalla scrittura alla pittura, dalla poesia al teatro. Alle 18.30 dialogherà con Melina Scalise per presentare il suo ultimo libro Cinquantadue.

“Cinquantadue sono le settimane in un anno. Cinquantadue sono i rapidi racconti selezionati da varie pubblicazioni e abbinati ad altrettanti dipinti e disegni, virati in bianco e nero per non distrarre. In questo mondo verboso all’eccesso, ridondante in tutti i campi, nella scrittura, nella pittura, nel teatro, nella vita ecco finalmente un poco di sintesi planare con leggerezza su temi del nostro tempo, sul sociale, sull’amore, sull’introspezione. Con leggerezza, che non è superficialità, perché il racconto è questo: essenzialità, insegna a togliere. Il racconto è zen.” da Topffer edizioni.

Alcune opere con i loro HAIKU presentati alla mostra Per capire un quadro ci vuole una sedia

Scrive di lui l’art Advisor Raffaella Monteverde:

“La mostra “Per capire un quadro ci vuole una sedia” racchiude la sua ultima produzione pittorica, incredibilmente toccante, poetica e potente. Il titolo della mostra “Per capire un quadro serve una sedia”, frase attribuita al grande Paul Klee, rimanda ad un tema molto caro all’artista, quello del tempo, inteso come invito allo stacco dai ritmi frenetici che la vita contemporanea ci impone. Lo scorrere del tempo e la conseguente riflessione sulla caducità dell’essere umano sono un leitmotiv ricorrente in tutta la storia dell’arte. Beppe Mecconi affronta il tema dello scorrere inesorabile del tempo e della sua conseguente preziosità con grande delicatezza e sensibilità. Bastano piccole tessere figurative, una clessidra, il simbolo dell’infinito, la sedia stessa, incluse con mano sapiente in ogni opera all’interno delle rappresentazioni monocromatiche, a farci calare immediatamente nel reale, nel concreto.

È come se l’artista volesse aiutarci a comprendere i suoi dipinti donandoci piccoli spunti figurativi naïf, facili da decifrare, deliziosi nella loro voluta semplicità. Cambiano negli anni le modalità espressive di Beppe Mecconi, cambiano i supporti sui quali lavora. Non cambia la sua sensibilità, la capacità di avvicinarsi al pubblico adulto con la stessa delicatezza che usa nell’illustrazione e nella scrittura dei libri per l’infanzia. Mecconi realizza le sue opere utilizzando sempre una sola forma geometrica, il quadrato, puro, perfetto, regolare, simbolo del terreno e della dimensione materiale, da sempre collegato al cerchio, quest’ultimo spesso inscritto dentro di lui; l’Uomo Vitruviano di Leonardo Da Vinci ne è un esempio.

Il cerchio è altresì simbolo del divino, dell’infinito, del tempo circolare. Ecco che allora anche il quadrato assume un significato simbolico, come momento di sintesi e di incontro tra il terreno e il divino. Affascinanti, ermetici, potenti, così possono essere definiti questi ultimi lavori di Beppe Mecconi, conosciuto anche come il pittore dei poeti. I dipinti presenti in questa mostra donano all’osservatore attento un meraviglioso coinvolgimento emotivo al pari delle raffinatissime opere precedenti dedicate alla poesia, accompagnate sempre da citazioni in versi, armoniosamente inserite all’interno di ogni opera.

Rimane infatti costante in Beppe Mecconi la continua ricerca di una connessione tra pensiero filosofico e poetico e la resa pittorica degli stessi. Le suggestive opere esposte in questa mostra però non hanno bisogno di parole scritte, parlano attraverso il cromatismo potente delle pennellate e la tensione sempre più’ pronunciata verso l’essenza della composizione, intesa come avvicinamento al sublime e all’assoluto”

“Gli haiku di Mecconi sono impregnati di questo stile che ha il passo di una lirica delicata. Infatti, non è un io romantico quello che si mette in contatto con il ciclo della vita e della natura. Anzi, se una persona compare è un “tu”, assente e altrove. E se da qualche parte è nascosta una tradizione poetica appartiene, piuttosto che al romanticismo, a un primo Novecento intimamente dolente. I suoi haiku parlano di simbolici tempi dell’anno, periodi che passano lasciando una traccia sulla battigia. Il tempo trascorre, scandito in prima e dopo. Dentro al tempo, anche in quello meteorologico, c’è sempre un movimento concreto, un accadimento. È il movimento della vita dentro nel quale si ritrovano il lutto e il pianto, un profumo sentito una volta e per sempre, forse perfino una sottile gioia.” Laura Lepri

Beppe Mecconi

Artista, regista, scrittore, illustratore di libri per l’infanzia, direttore per anni di una Compagnia teatrale, regista, attore, sceneggiatore, direttore editoriale e artistico di un marchio di libri illustrati, collaboratore per oltre vent’anni di Projeto Liberdade, ONG che si batte per i diritti dell’infanzia in una favela di Rio de Janeiro, presidente per dodici anni del Museo Paleontologico nel Castello di Lerici, docente, organizzatore di eventi culturali, rassegne letterarie  e d’arte… Espone in collettive e personali in Italia e all’estero. Nel 2022 riceve l’onorificenza di Cavaliere della Repubblica per meriti culturali e artistici.