Sabato 10 ottobre ore 15.30- 16.30 Conferenza Il pittore del parto: da Pier Della Francesca a Emilio Tadini, relatore Melina Scalise, psicologa e studiosa dell’arte di Emilio Tadini. La conferenza si svolgerà nella cornice della mostra Parlami di lei: tenerAmente forte nel palinsesto I talenti delle donne, con il patrocino del Comune di Milano e del Municipio 3.
Se esiste un pittore del Novecento che si è confrontato con i sacri trittici del Quattrocento e con i rapporti matematici di cui è intrisa l’arte del Rinascimento questo certamente è Emilio Tadini. E’ quanto emerso dall’analisi simbolica di un trittico di Emilio Tadini degli anni 90 intitolato Il pittore del parto e le donne fecondanti a cura di Melina Scalise. Il pittore del parto per antonomasia nella storia dell’arte è Pier della Francesca che dipinse La madonna del parto nel 1400.
La Madonna del parto Pier della Francesca 1400
Da studioso della storia dell’arte quale era Tadini certamente il riferimento al pittore Rinascimento era presente nel suo pensiero quando dipinse questo grande trittico. Da questa prima considerazione è nato un approfondimento e un confronto tra i due pittori e sono emersi elementi comuni, come il ventre “aperto”, che riporta all’antica figura di Cibele,
il richiamo ai colori base primari verde, rosso e giallo, il numero sette che si ripete nel rispetto di un rigore matematico che caratterizza entrambe le composizioni, ma emergono anche contaminazioni tra la religione cristiana e l’induismo.
Dentro questo trittico di Tadini c’è la ricerca dell’Uomo, in quanto maschio, a confrontarsi con il processo creativo che è possibile solo senza “la carne”, a prescindere dal corpo di cui è dipendente invece la donna, la quale, nel dipinto tadiniano, si trasforma in donna fecondante. Un ruolo che la donna assolve solo diventando musa e seduttrice dell’uomo, divisa, qual è, tra sacro e profano, tra santa e meretrice, tra i piaceri della carne e “mezzo terreno” attraverso cui si esplica e ripete il mistero della vita.
Queste e altre riflessioni saranno parte della conferenza che si svolgerà sabato 10 ottobre alle 15.30 alla Casa Museo Spazio Tadini a cura di Melina Scalise, psicologa e studiosa del lavoro simbolico di Emilio Tadini. Per prenotazioni inviare mail a melina@spaziotadini.com posti limitati per rispetto protocollo sanitario. Partecipazione con donazione a sostegno degli studi dell’Archivio Emilio Tadini.
Nell’ambito del Palinsesto I talenti delle donne del Comune di Milano e con il patrocinio del Municipio 3, Giovedì 11 giugno alle ore 21, on line, potrete assistere ad una presentazione del testo teatrale scritto da Emilio Tadini nel 1997 edito da Einaudi e andato in scena al Franco Parenti per la regia di Rith Shammah interpretato da Anna Nogara. La presentazione sarà visibile sulla pagina Facebook in diretta.
Il testo teatrale è il monologo di una donna accusata di aver ucciso sette uomini di cui non sono stati rinvenuti i cadaveri. E’ un testo altamente simbolico e che lancia alcune riflessioni sulla condizione della donna nella società.
Una donna in bilico tra l’essere santa e essere meretrice, una donna sempre sottoposta a giudizio, sempre in scena, oggetto del peccato e madre santa.
L’analisi sarà svolta da Melina Scalise studiosa del pensiero di Tadini e psicologa.
In Nepal una condizione umana e di lotta alla sopravvivenza documentata con scatti di forte impatto antropologico e sociale. Il fotografo Mauro Scarpanti ha vissuto con una comunità di lavoratori di una fabbrica di mattoni per diversi giorni raccontandone la quotidianità e le incredibili condizioni di vita.
La mostra è presentata da Melina Scalise:
“L’orgoglio di essere uomini – Che cosa lega l’uomo alla polvere? La terra. In Nepal, durante la stagione secca che va da ottobre a giugno, quando il sole cuoce anche le pietre, decine e decine di famiglie arrivano dai villaggi verso i maggiori agglomerati urbani tra Kathmandu e Panau per produrre mattoni dalla terra. Non si tratta di fabbriche, ma di veri e propri accampamenti in cui intere famiglie, senza distinzione di sesso e di età, lavorano dalla mattina alla sera per fare mattoni per l’edilizia che ha subito un incremento di affari dopo il grave terremoto del 2015 di magnitudo 7,9 che uccise 8 mila persone e rase al suolo il Paese. Un lavoro fino allo sfinimento, anche fino alla morte… fino alla polvere. (leggi tutto il testo di presentazione)“.
Nel 2015, in Nepal, tra le terre circondate tra Kathmandu e Panau, l’edilizia ha dovuto far fronte alle esigenze di ricostruzione di un terremoto di magnitudo 7.9 dove più di 8 mila persero la vita e il paese fu raso interamente al suolo. Ancora oggi, centinaia di anziani e bambini sono destinati a una vita di schiavitù lavorando in campi organizzati per la costruzione di mattoni. Per molte famiglie, questo lavoro duro costituisce l’unica possibilità di reddito.
Senza distinzioni di sesso o di età, interi nuclei familiari lavorano ininterrottamente per la costruzione di nuovi villaggi.
Il fotografo Mauro Scarpanti ha voluto conoscere questa realtà andando a vivere in una di queste fabbriche, provando, sulla propria pelle, quelle condizioni di vita, il calore e il colore dell’aria intrisa di polvere. Il ritratto che ne deriva è particolarmente emozionante perché in queste fabbriche non ci sono lavoratori individuali, ma intere famiglie senza distinzione di età: un lavoro particolarmente duro per donne e bambini.
In questi luoghi l’infanzia non esiste e non ha tutele quanto le donne, costrette a spaccarsi la schiena tra i figli e il lavoro. La gente è letteralmente racchiusa in un groviglio di polvere e di mattoni, dove l’unica luce che filtra è quella accecante del sole.
Scarpanti riesce a immortalare queste condizioni disumane senza risparmiare l’attenzione all’emozione che traspare dallo sguardo di queste persone. I bambini posano davanti alla macchina fotografica come veri uomini, senza un filo di innocenza e gioia infantile.
“Emblematico il ritratto di un ragazzino con in mano una vanga che osserva con sguardo intenso il fotografo al momento dello scatto – scrive Melina Scalise, curatrice della mostra – In quegli occhi, in quell’espressione, in quella postura si percepisce una sorta d’orgoglio, nonostante tutto. Forse è quello di sentirsi utile, partecipe alla costruzione di qualcosa di grandioso. Non è forse grande alleviare le fatiche della propria famiglia e sapere che, anche solo per quel giorno, ha portato a casa un risultato importante, insostituibile? Forse questo lo fa sentire come un uomo – un grande uomo – molto più di un bambino. Forse ha più ragione lui di noi che lo osserviamo con compassione. Quello sguardo ci riporta all’importanza delle piccole cose, dei piccoli gesti rispetto all’ambizione di molti di voler cambiare il mondo, di volerlo più giusto ed equo creando leader e movimenti o gruppi di potere a cui delegare il fare di questo cambiamento. Quell’orgoglio potrebbe essere quello di desiderare di essere semplicemente uomini. Quello sguardo potrebbe essere tutti noi”.
Giorgia Saronni
Mauro Scarpanti
Mauro Scarpanti
Biografia
MAURO SCARPANTI Codogno nel 1970
Alla fine degli anni ’80 nasce il mio interesse per la fotografia e a metà degli anni ’90 inizio la collaborazione con uno studio fotografico.
Da una ricerca che si protrae nel tempo nascono una serie di fotografie sulla mia città di notte. Questo lavoro “La città addormentata”, viene pubblicato dalla rivista fotografica di Maurizio Rebuzzini “Fotographia” nella sezione Under Trenta-art. curata da Roberto Mutti
Da qui realizzo diversi reportage in varie parti del mondo incentrati sulla gente.
L’interesse per le arti visive mi avvicina alla danza, fotografo spettacoli e backstage in questo ambiente.
Per molto tempo realizzo reportage e lavori ispirati a tematiche sociali senza però sentire la necessita di esibirli perchè pienamente soddisfatto dalla mia collaborazione con uno studio fotografico
Nel settembre 2017 la galleria Biffi Arte a Piacenza si interessa ad un mio lavoro artistico su un complesso industriale del ‘900: “L’Innocenza del vuoto” (un lavoro realizzato in anni precedenti)
Nel 2018 realizzo un reportage sulle Brick Factory in Nepal pubblicato in seguito all’interno della rivista fotografica “Il Fotografo”
Casa Museo Spazio Tadini aperta da mercoledì a sabato dalle 15.30 alle 19.30. Domenica su prenotazione di visite guidate.