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IO, ROBOT: il mondo dei robot inventato dall’artista Andrea Locci a Spazio Tadini a cura di Miroslawa Hajek

Mercoledì 23 aprile inaugurazione ore 18.30

dal 23 aprile al 9 maggio 2014 Apertura da martedì a sabato dalle 15.30 alle 19

Spazio Tadini via Niccolò Jommelli, 24 – http://www.spaziotadini.it

 

A cura di Miroslava Hajek

 Nella storia europea si danno nomi descrittivi alle varie epoche, quando si parla di Secoli bui ci si riferisce all’epoca iniziale del Medioevo, il Cinquecento è il Secolo del Rinascimento, di meravigliose opere d’arte e di grandi rinnovamenti. Il Settecento viene chiamato Secolo dei Lumi, l’Ottocento è il secolo della macchina, delle invenzioni, della rivoluzione industriale. In quest’ottica il secolo breve di Hobsbawn, quello appena passato, sarebbe forse meglio identificarlo come Secolo della cibernetica. È proprio in questo periodo che si sono realizzate quelle innovazioni che un tempo erano solo teorizzate. Il robot è un prodotto del ventesimo secolo anche come termine. Venne, infatti, inventato dallo scrittore ceco Karel Capek che concepì la parola derivandola dal termine ceco robota che significa corvè, lavoro pesante. I robot di Andrea Locci sembrano una sintesi tra i ricordi dei primi automi che sono apparsi nella storia, come per esempio i Golem il rabbino Jehuda Löw e delle fantasie contemporanee di Robot che si compongono e scompongono, riuscendo persino ad auto ripararsi usando tutto quello che capita sotto mano. Da più di dieci anni Andrea Locci, nel suo laboratorio accumula tutto quello che ha una storia da raccontare, migliaia di oggetti di uso quotidiano, buttati, dimenticati in qualche vecchio scantinato o rivenduti nel mercatino delle pulci di turno. Assembla, incolla, ricuce, ridando vita e senso a qualsiasi cosa che lo affascini. Il suo lavoro però non è legato a semplice riciclaggio di oggetti abbandonati, egli concepisce un universo benevolmente fantascientifico nel quale eserciti di robottini sbarcano nella nostra vita creando famiglie e costruendosi persino le loro città utopia. Si tratta comunque di vere e proprie sculture dove solo alcune parti sono adattate e presi da oggetti di uso quotidiano. L’artista, forte della sua capacità creativa, combina le forme recuperate assieme a quelle concepite nella sua fantasia, riuscendo ad elaborare un’idea autenticamente coinvolgente, ottenendo di trasportarci nel suo mondo immaginario.

Biografia

Andrea Locci, nato a Busto Arsizio il 5.4.1970, decide di trasferirsi dopo il Liceo Artistico e gli studi di grafica nel centro Italia. Nell’Appennino tosco emiliano inizia una esperienza forte di vita comunitaria, legata alla ruralità con l’idea romantica di poter vivere puntando all’autosufficienza, una vita a metà tra agricoltura e artigianato. La comune fatta di tante persone e storie diverse, stimola sempre di più il suo modo di esprimersi. La sua capacità manuale comincia a trascendere i limiti dell’artigianato. Nel 2000 ha l’occasione di spostarsi per un lavoro stagionale, la raccolta delle olive, nella provincia di Pisa. Innamoratosi del territorio, le colline di ulivi che guardano il mare e la vicinanza di Pisa cittadina apparentemente tranquilla, ma ricca di fermento decide di stabilirsi a Calci dove mette le radici. Attualmente divide la sua vita fra il lavoro artistico e la vita in campagna “coltivando” la consapevolezza che il rapporto con la natura colma l’altra sua metà che altrimenti non troverebbe equilibrio.

 

 

Arte a Milano: Ernesto Terlizzi presenta a cura di Antonello Tolve: APOLOGIA DELLA SUPERFICIE – testo in catalogo anche di Francesco Tadini

Inaugurazione 29 marzo 2014 ore 18.30- mappa Spazio Tadini

Dal 29 marzo al 18 aprile 2014

La mostra è composta da 30 carte tutte realizzate nel corso del 2013. In questi particolari fogli, l’autore, pur spaziando attraverso discipline e materie diverse, conferma la sua precisa riconoscibilità grazie al costante utilizzo del suo segno grafico contaminato nei vari risvolti della sua lunga ricerca. Un costante rinnovamento grazie a intelligenti espedienti immaginativi, fenditure, brecce e segni sempre tesi a coniugare, il manuale e il mentale, la pratica dell’arte e la teoria ad essa dedicata, in un processo di destrutturazione dell’immagine carico di rimandi ed allusioni.  Nei testi che accompagnano il catalogo Melina Scalise, Francesco Tadini e Antonello Tolve così scrivono: “…Terlizzi arriva a Spazio Tadini con una sua personale in questo luogo d’arte e cultura dedicato al maestro Emilio Tadini di cui conserva stima e ricordi. Ad ospitare la carte di Terlizzi, le pareti dello studio di Tadini, per riallacciare un dialogo mai interrotto come solo l’arte sa fare. I suoi lavori sono il racconto di un corpo, di un viaggio… Frammenti di quei paesaggi visibili a occhio nudo si ritrovano, staccati dalla prospettiva naturale, e collocati nelle opere di Terlizzi… Un dosatore perfetto del bianco e del nero e di tutte le sfumature del grigio… affascinato dalla semplicità e dall’essenzialità” (Melina Scalise)

“Essere apparentemente lieti mentre l’animo brucia ferocemente e, mentre la storia divora gli umani con le stesse fauci e la violenza di sempre, affidare a forme profughe – non certo solo object trouvé – il verbo futuro di ogni racconto possibile. Questo sembra essere il progetto radicale di Ernesto Terlizzi. E delle sue rudi eleganze in guisa di continuità iper raffinate tra disegno, pittura e brandelli vari. “La vera armonia sta nella disarmonia”, chiosa Ernesto nella video intervista sopracitata. E forse, con garbo e coerenza progettuale proprie di ogni grande artista, a conseguenza della conseguenza delle premesse gettate quarant’anni fa, la disarmonia di queste forme profughe è vero antidoto all’inquinamento oftalmico corrente. Mi sveglierò ancora di notte per vedere con desiderio queste trenta carte perfette di Ernesto, che saranno inondate dalla luce che meritano” (Francesco Tadini)

Irrimediabilmente legato ad un tessuto fragile e irrequieto che fa i conti con la vita, Terlizzi esercita non a caso sulla superficie una spinta morbida e morbosa che volge verso la crisi del riferimento tra la realtà e il linguaggio della pittura per costruire, così, uno spazio concreto, bidimensionale, mentale. Ogni sua opera recente, comprese queste nuove carte che ascoltano (accolgono e rappresentano)il silenzio del mare, rappresenta dunque un gioco linguistico, un processo di destrutturazione della realtà per erigere un discorso del linguaggio sul linguaggio mediante una modalità sinonimica attraverso la quale generare «l’attivazione di fasce potenti di equivalenza e di identità a livello profondo, le quali compromettono le articolazioni differenziali e oppositive delle strutture semiche di superficie»” (Antonello Tolve)

Catalogo in galleria

BREVE BIOGRAFIA  ERNESTO TERLIZZI

Ernesto Terlizzi nasce ad Angri (Sa) dove vive e lavora. Dal 1965, dopo gli studi presso l’Accademia delle Belle Arti di Napoli, è presente nel panorama artistico nazionale e internazionale

con mostre di gruppo, premi e personali. Sue opere sono inserite in numerose collezioni pubbliche permanenti tra cui: Museo d’Arte Moderna, Durazzo Albania; Museo d’Arte Contemporanea, Ripe San Ginesio, Macerata; Consolato Venezuelano di Napoli; Pinacoteca e Musei Comunali,

Macerata; FRAC Prima collezione permanente, Baronissi (Sa); Pinacoteca Comunale, Termoli; Museo delle generazioni italiane del 900, Pieve di Cento, Bologna; CAM Art Museum Contemporary, Casoria (Na); Museo d’Arte Contemporanea, Gazoldo degli Ippoliti, Mantova; MUMI Fondazione Michetti, Francavilla al Mare (Ch).

TESTO INTEGRALE ANTONELLO TOLVE

Apologia della superficie

di Antonello Tolve

Gli oggetti formano la sostanza del mondo

Ludwig Wittgenstein

Ci sono artisti che, con esercizio (l’arte è esercizio, costante verifica, determinazione, pratica quotidiana ha suggerito, nel 1994, Alan Charlton)[1], costruiscono ambienti vivaci, tragitti luminosi, brillanti destini progettuali, passionali trame formali e personali visioni future sul mondo dell’arte. Ci sono artisti che, nel tempo, disegnano una rotta, un filo sottile. Artisti che seguono, per tutta la vita, un progetto di ricerca, un programma estetico volto a farsi, negli anni, sempre più chiaro, evidente, elegante, determinante. A questa categoria – una categoria che non dimentica mai il nucleo e il grumo originario della riflessione, che non disperde mai il territorio intimo del lavoro pur ampliando il proprio orizzonte in diverse direzioni, in un processo di attivazione del pensiero – appartiene Ernesto Terlizzi (Angri, 1949), pittore la cui pittura, «tra la fisicità irriducibile della materia e la misura costruttiva del disegno»[2] suggerisce puntualmente Stefania Zuliani, spinge lo sguardo al di della natura per mostrare un panorama iconografico che elogia via via la leggerezza, la sintesi, la pulizia formale. E non mancano, poi, in questo elogio, i giochi delle trasparenze che «attirano lo sguardo in una seducente trappola policroma, facendolo quasi scivolare nella precipitosa successione dei piani scaglionati, l’uno dietro l’altro, a scandire ritmicamente le cadenze»[3] del discorso.

Accanto ad una indagine irrequieta sui brani della realtà (di una natura artificializzata con lo scopo di creare un reale immaginario – il Paesaggio nero del 1977, l’Origine del 1978, il Bulbo del 1981, la Forma di natura del 1983 o le varie condizioni della Composizione organica del 1984 ne sono alcuni esempi) e ad un approccio artigianale necessario a consolidare, sulla superficie, una riflessione legata al silenzio della materia e della forma, Ernesto Terlizzi mostra, da tempo, un vocabolario la cui forza scommette sul rischio del gesto e sull’azzardo di una massa pittorica capace di suscitare impressioni inaspettate e altrettanto inaspettate manifestazioni poetiche.

Alla ricerca di un disegno culturale capace di scansare i fossi paludosi della verosimiglianza, la prospettiva estetica messa in campo da Terlizzi nell’arco degli ultimi decenni esprime difatti aperture, brecce, fenditure critiche mediante una serie di progetti che lasciano confluire, all’interno di uno stesso ambiente operativo, intelligenti espedienti immaginifici volti a coniugare il manuale e il mentale, la pratica dell’arte e la teoria ad essa dedicata. Dal collage alla stampa a rilievo, dal disegno alla pittura, dalla scultura all’installazione, il suo lavoro procede con un fondamentale eclettismo stilistico e grammaticale che accentua un circuito virtuoso segnato dalla presenza di collaudi, sforzi, tentativi, prove di volo. Da volontarie (e anche involontarie direi) analisi logiche che depurano la mente dall’inquinamento oftalmico d’oggi per costruire visioni preziose, contaminate dal solo gesto del pensiero.

Dopo un primo periodo legato alla stagione informale, ad una materia raggrinzita e ripulita d’orpelli barocchi, Terlizzi delinea un vocabolario espressivo in cui le variazioni di tono, lo studio di luci ed ombre, l’illusione di spazi naturalistici e la ricchezza della tecnica (sempre ricercata con cura) costruiscono una dimensione fantastica che trasfigura il mondo per ampliarlo all’interno di vortici transdecorativi, di fregi, di guarniture, di flussi e flutti coinvolgenti. Si tratta di una verifica costante di alcuni luoghi e di alcune occasioni del tempo che l’artista utilizza (e stilizza) per scavare, con cura, nei prati della memoria e concepire, così, un’enorme cassa di risonanza materica che sposta la scrittura delle cose verso un differente modo di fare e di pensare. Dal décollage (e dagli affiches lacerées) di Rotella al Combine painting di Rauschenberg, dalla smagliatura (e dalla bruciatura) di Burri al silenzio di Fontana, per giungere, man mano, ad alcune posizioni legate ai nomi di Achille Perilli, di Barisani, di Del Pezzo, di Tatafiore, di Gianni Pisani[4], il suo orizzonte si nutre di materie della mente, di forme delicate e impure, erotiche e croccanti. Forme che lasciano intravedere una dolcezza di fondo che pare guardare alla stagione dell’Art Nouveau, al Sezessionstil in particolare. Con un gusto e una minuzia esclusiva, Terlizzi propone infatti dissolvimenti, lievi tracce di cose, corpi gioiosi ed erotici che vibrano sulla superficie adoprata per stuzzicare lo sguardo e condividere (con lo spettatore) le tracce mezzo cancellate di un sogno lontano.

Dai vari filamenti sinuosi che caratterizzano molta produzione degli anni Settanta alle geometrie degli anni Ottanta – Collage (1985), Struttura pompeiana (1986), Notturno (1987), Materie con sacco oro (1988) e i vari Senza titolo (1988) ne sono alcune – in cui si intravede il segno di Burri, dagli sfiancamenti materici degli anni Novanta alle varie assenze e abrasioni degli ultimi decenni, Terlizzi sente l’esigenza (e fa avvertire l’esigenza anche al suo pubblico) di spingersi in un ambiente analitico, in uno spazio che fa della semanalisi (la semanalisi «formalise pour décostruire»)[5] il centro di un discorso teso ad accogliere lacerazioni leggere e avvincenti, riduzioni necessarie a elaborare un discorso – quello specifico della pittura – segnato essenzialmente dal mondo della superficie, dei segni (che «si presentano come tratti semici elementari») e delle figure suggerirebbe Filiberto Menna da una angolazione più strettamente semiotica, ovvero di «unità elementari prive di significato […] il cui valore è dato per differenze posizionali e opposizionali all’interno di un contesto sistemico»[6].

Irrimediabilmente legato ad un tessuto fragile e irrequieto che fa i conti con la vita, Terlizzi esercita non a caso sulla superficie una spinta morbida e morbosa che volge verso la crisi del riferimento tra la realtà e il linguaggio della pittura per costruire, così, uno spazio concreto, bidimensionale, mentale. Fino ad approdare (La geografia degli approdi è, non a caso, il titolo di una sua mostra recente),  all’astrazione. Ad una astrazione che è, nel contempo, creazione di un segno astratto e metodo logico attraverso il quale ottenere concetti ricavati dalla conoscenza sensibile di cose e di oggetti svuotati del loro carattere temporospaziale.

Ogni sua opera recente, comprese queste nuove carte che ascoltano (accolgono e rappresentano) il silenzio del mare, rappresenta dunque un gioco linguistico, un processo di destrutturazione della realtà per erigere un discorso del linguaggio sul linguaggio mediante una modalità sinonimica attraverso la quale generare «l’attivazione di fasce potenti di equivalenza e di identità a livello profondo, le quali compromettono le articolazioni differenziali e oppositive delle strutture semiche di superficie»[7].

Lotta con le onde, Arrampicamento tra le acque, Sogni sommersi, Contenitore di memorie, Emersione, Nero di luna, Frammenti nell’acqua o La casa dell’infanzia che ricorda un romantico paesaggio veneziano. Sono, assieme ad un unico grande lavoro del 2014 (formato da 6 carte che costituiscono un manto atmosferico ancora una volta legato alla fluidità e alla pungente morbidezza di residui lontani), soltanto alcune delle immagini proposte dall’artista – tutte realizzate con carta thailandese kozo martellata – per rivisitare la natura, oggi, mediante angolazioni differenti, efficaci interpunzioni estetiche, sensuali sfumature, tonalità liquide cristallizzate in segni, in disegni, in ammiccanti annotazioni tonali.

È un nuovo mondo dunque, un mondo che – dopo il mondo sporgente e spigoloso della vita quotidiana al quale l’artista ha dedicato una serie di carte pregiate – si immerge, ora, nell’acqua dell’autobiografia, in un liquido amniotico che genera una sorta di manifesto della mente, in un paese fatto di sbiaditi fantasmi, di creature lontane, di storie silenziose, di fiabe senza finale che si rincorrono tra loro per disegnare un epilogo originario, una nebulosa di segni da decifrare con cura, un ambiente in cui le acque sommergono e paradossalmente illuminano la scena.


[1]    Cfr. P. T. Murphy, Conversation pieces: Alan Charlton, Thomas Chimes, Hamish Fulton, Bill Walton, Richard Torchia, Richard Wentworth, Institute of Contemporary Art, University of Pennsylvania 1994.

[2]    S. Zuliani, Terlizzi. Il piacere di moltiplicare gli elementi, in «Il Mattino», 3 aprile 1996, p. 21.

[3]    V. Corbi, Per Ernesto Terlizzi, in Ernesto Terlizzi. Nel battito della natura, Edizioni Asir, Pontecagnano (SA) 1989, p. 83.

[4]    Per un ampio sguardo sul lavoro di Terlizzi si veda almeno il testo di M. Bignardi, L’urgenza della pittura, in Ernesto Terlizzi. Nel battito della natura, cit., pp. 7-13.

[5]    J. Kristeva, Semiotiké. Recherches pour une sémanalyse, Seuil, Paris 1969, p. 22.

[6]    F. Menna, La linea analitica dell’arte moderna. Le figure e le icone, Einaudi, Torino 1975, p. 14.

[7]    S. Agosti, Cinque analisi, Feltrinelli, Milano 1982, p. 169.

MOSTRE MILANO: MARIO DE LEO – Circuito lirico – Spazio Tadini dal 1 al 26 marzo 2014

PERSONALE DI

MARIO DE LEO

Sabato 1 marzo inaugurazione ore 18.30

 Apertura da martedì a sabato dalle 15.30 alle 19

A cura di Claudio Rizzi e con la partecipazione di Moni Ovadia

Mario De Leo, artista e musicista è alla sua terza mostra presso l’associazione culturale Spazio Tadini (vedi le sue esposizioni con e a Spazio Tadini). In questa esposizione presenta anche dei manufatti in ceramica realizzati con Tiziana Rizzi. La serata inaugurale vedrà la messa in scena di una composizione inedita di Mario De Leo cantata da Marie Antonazzo accompagnata al pianoforte da Carlo Zerli per arrangiamento di Giancarlo Disnan.

Scrive del suo lavoro il critico Claudio Rizzi: “Graffiti incisi nell’anima come nel sasso. Scrittura di ritmo, metrica di poesia classica, di spartito musicale, di passi reiterati nella sequenza delle generazioni. Presente e passato, nord e sud, concreto e fantastico, quasi una linea continua di unico circuito lirico, si avvicendano e ritornano, dagli albori del mondo all’era tecnologica, rinnovando cammino, scoperta e ascolto. Testimonianza della realtà contemporanea e ritratto della natura umana, unica e immutabile, radicata alla terra e alla grandiosità del cielo”. Mentre il suo amico Moni Ovadia scrive: La conoscenza e l’amicizia che mi legano a Mario de Leo superano l’età di quattro decenni. Ci siamo  incontrati e riconosciuti nella comune passione per il linguaggio artistico, per la sua naturale dotazione nell’esprimere la pulsione irrefrenabile alla ricerca dell’umano nelle sue aspirazioni, ad esistere al di là della sopravvivenza. Ad esprimere e a farsi verità  nell’anelito alla giustizia,  all’uguaglianza, alla pace ( …). Quella pace, che sembra così lontana, nell’opera d’arte “impollinazione sonora” diviene un messaggio urgente auspicato dalla lingua del segno grafico-pittorico-materico che si offre come una nuova tavola dell’alleanza fra le genti”.

TESTO DI MONI OVADIA – L’impollinazione di Mario de Leo suona la pace

 La conoscenza e l’amicizia che mi legano a Mario de Leo superano l’età di quattro decenni. Ci siamo  incontrati e riconosciuti nella comune passione per il linguaggio artistico, per la sua naturale dotazione nell’esprimere la pulsione irrefrenabile alla ricerca dell’umano nelle sue aspirazioni, ad esistere al di là della sopravvivenza. Ad esprimere e a a farsi verità  nell’anelito alla giustizia,  all’uguaglianza, alla pace. De Leo ha fatto un lungo, lungo cammino, un’ininterrotta navigazione alla ricerca della propria cifra e di tutte le sue risonanze. Oggi nello spettro delle sue creazioni  approda al tema della pace per dedicare ad una pace agognata e difficile, la pace fra Israele e la Palestina  una delle sue ultime opere. Quella pace, che sembra così lontana, nell’opera d’arte “impollinazione sonora” diviene un messaggio urgente auspicato dalla lingua del segno grafico-pittorico-materico che si offre come una nuova tavola dell’alleanza fra le genti.

TESTO DI CLAUDIO RIZZI – CIRCUITO LIRICO

Restano, come i segni incisi nella tela, come le note di una colonna sonora, le tracce del tempo e dell’origine. Come i muri di pietra a confine dei campi, il territorio, la proprietà, terra e vita.Risuona l’eco suadente di luce fredda sospinta dal vento, di voci dal mare disperse tra fronde di ulivi.Le pagine iscritte nel quadro sono forse archetipi di antiche leggi, codici di tradizione per il viaggio nel destino. La liturgia del Sud, la rotta di mare e di terra, l’approdo, il Nord, la scoperta. Un percorso costellato di immagini, la diversità, stupore e distacco. Mentre sale la marea del nuovo e tutto muta, territorio, suoni e persino parole, affiora nell’animo la radice della memoria. E, consapevole o inconscio, il pensiero custodisce i valori primordiali, per non destabilizzarli in altro contesto, per non perdere misura e orientamento. Per amalgamare la sintesi difendendola dall’urto della velocità. Quel viaggio, da Sud a Nord, negli Anni ’60 di un secolo pur tanto vicino, comportava un’immersione rapida non solo attraverso le differenze geografiche ma nelle strutture di un mondo ove la velocità era arrivata prima. E il gesto meccanico della vita si contrapponeva al ritmo naturale dell’esistenza. Il tram di operai in fabbrica e il contadino con l’asino nei campi. Anche questo era nuovo paesaggio. Punti ascensionali. Chissà se questo titolo ricorrente nelle opere di Mario De Leo si riferisce al viaggio, alla tensione estetica oppure ai gradini di una scala infinita che sale alla scoperta dell’ignoto. Certo è che i punti ascensionali possono sottintendere l’anelito esistenziale del loro artefice. Ascendere significa più di salire. De Leo non cercava il Nord ma una cima favorevole alla visione prospettica. E durante l’ascensione sostava talvolta per osservare attento, senza mirare la meta ma guardando anzi l’origine. Tornavano le immagini di casa, di campagna, il capanno degli attrezzi. E di attrezzi è ancora pieno oggi lo studio per elogiare il rito della manualità e il sapore del lavoro. Manufatto è parola frequente nel dialogo di De Leo, è significativa nel connubio tra radice e attualità. Negli Anni ’70 risuona nel brusio della città il ticchettio metallico dei centri meccanografici. Era il nuovo orizzonte della contabilità, il massimo dell’epoca moderna. Una macchina grande e grossa, con aghi appuntiti, bucava schede di cartoncino e i buchi traducevano cifre, codici, parole. Quelle schede ben presto furono pensionate da una nuova generazione di piccoli mostri chiamati circuiti prestampati. Nel frattempo il vecchio era gettato alle ortiche e si inventava il termine rottamazione, simulando di agevolare il nuovo per il benessere comune ma ben sapendo che con i rottami si facevano soldi. De Leo non fece soldi ma opere. Sculture, quadri, oggetti che non intendevano chiamarsi installazioni ma possedevano l’ironia della provocazione culturale. Lui che aveva dipinto le figure amazzoniche, prototipi o progenitori di umanità incontaminata, non poteva rendersi complice della negazione e del rottame, anzi ne divenne antagonista per recuperare e rigenerare a nuova dignità. Nacquero così totem, figure, macchine della suggestione per testimoniare un viaggio a ritroso, per ricondurre la tecnologia, opera dell’uomo, a manufatto, a simbolo antropomorfo, a rivisitazione cibernetica. Eppure De Leo sapeva che il mondo veleggiava verso e con la tecnologia. E con grande rispetto ne ha interpretato il senso e l’emblema, ne ha adottato essenza e codici, poi l’ha presa per mano e condotta in un percorso ascensionale. Così la comunicazione fredda e quasi sincopata di un breve tweet è divenuta “lettera cosmica” e gli strumenti funzionali si sono tramutati in “circuito estatico”. Una lettera si scrive a qualcuno: se è cosmica è indirizzata al mondo, è un appello, una preghiera, densa di coralità, ben più della semplice missiva colloquiale e privata. Parla a tutti, ascoltata forse anche dalla luna. Un circuito è autonomo, si compone di elementi, connessioni, rapporti di interazione per generare un effetto. Ma improvvisamente l’insieme si ferma e va in estasi. Non in tilt, ma in contemplazione del sublime. “Circuito estatico” è la nobilitazione dei sentimenti che la tecnologia non possiede, eppure, per un attimo, tutto si colora d’immenso. E come l’uomo un tempo tratteneva emozione e parole al cospetto dell’opera d’arte, così il computer si astrae per ascoltare inattesi moti dell’animo. Suoni profondi, lontani, eco di terra e d’antico. Segni di natura mutata nel tempo, tradotta nelle epoche, oggi scritti digitati a monitor, una volta graffiti di pietra. “Graffiti sonori”, di parola e di musica, l’altra metà del mondo di Mario De Leo, musicista dedito alla tradizione e alla rivisitazione etnica. Voci delle genti, canzoni del ricordo, confessioni del cuore nella lontananza, nel viaggio, nello stacco della velocità. Altro lato della solitudine, come l’estasi, il silenzio, l’intimità. Graffiti incisi nell’anima come nel sasso. Scrittura di ritmo, metrica di poesia classica, di spartito musicale, di passi reiterati nella sequenza delle generazioni. Presente e passato, nord e sud, concreto e fantastico, quasi una linea continua di unico circuito lirico, si avvicendano e ritornano, dagli albori del mondo all’era tecnologica, rinnovando cammino, scoperta e ascolto. Testimonianza della realtà contemporanea e ritratto della natura umana, unica e immutabile, radicata alla terra e alla grandiosità del cielo.