Archivi categoria: MOSTRE 2014

Fotografia a Milano: Emiliano Scatarzi – INSTANT WORDS – a cura di Paola Riccardi a Spazio Tadini- 29 marzo 2014

 

Inaugurazione: sabato 29 marzo 2014 dalle 18.30 alle 20.30

ore 21.00: Concerto Jazz con Dogma

La mostra resterà aperta fino al 18 aprile 2014

Le opere in mostra e cartoline autografate saranno in vendita per collezionismo

Emiliano Scatarzi è un ‘poeta in lingua Polaroid’. Di questa tecnica, o supporto, ha indagato nel corso degli anni infinite potenzialità espressive e figurative, ben oltre i limiti della fotografia. L’ampia esposizione personale interessa tutto il piano superiore di Spazio Tadini e raccoglie opere significative estratte da un percorso artistico di oltre quindici anni. Una rassegna che mette in evidenza la capacità dell’artista di giocare con diversi linguaggi, di esprimere concetti profondi in piena libertà espressiva, di divertirsi comunicando, con l’efficacia della sintesi estrema di un singolo scatto.

Dopo una serie di sperimentazioni con tecnica mista Polaroid e pexiglass, Emiliano Scatarzi inizia una lunga ricerca  che prenderà prima il titolo Tela-Visione (fino al 2005) e successivamente Media-Evo, lavoro che indaga quella percezione quasi subliminale che, messa in gioco dal potere mediatico, scaturisce dal rapporto con il mezzo televisivo. Un lavoro che prende avvio da una ricerca personale concepita in modo libero e vissuta quasi come momento evasivo e “terapeutico” in una carriera drasticamente scissa tra fotografia pubblicitaria e reportage antropologico. Le opere sono realizzate a partire da scatti fotografici Polaroid ripresi dallo schermo televisivo e realizzati con una tecnica di manipolazione del supporto, successivamente riprodotto e stampato su carta, tela, o inglobato in materiali sintetici. Le immagini sono evocative, suggeriscono più di quanto vogliano descrivere, lasciano lo spettatore del tutto libero nel gioco interpretativo ma al tempo stesso, attraverso titoli ironici e sempre giocati sul doppio senso, lo guidano inesorabilmente e sapientemente nella linea interpretativa voluta . Una critica irriverente della società contemporanea.

TESTO CRITICO INTEGRALE DI Paola Riccardi

Le foto-visioni di Emiliano Scatarzi

‘Media-Evo’, vasto work in progress dell’eclettico fotografo fiorentino Emiliano Scatarzi, prende avvio dalla riflessione su un’attitudine dello sguardo: quella percezione quasi subliminale di dati anche molto profondi di realtà che, messa in gioco dal potere mediatico, scaturisce dal rapporto con il mezzo televisivo. Un lavoro alimentato da una ricerca personale concepita in modo libero e vissuta quasi come momento evasivo e “terapeutico” in una carriera drasticamente scissa tra fotografia pubblicitaria e reportage antropologico.

Le opere sono realizzate a partire da scatti fotografici Polaroid ripresi dallo schermo televisivo soprattutto durante edizioni di telegiornali o programmi di attualità, elaborati poi con una tecnica di manipolazione del supporto e successivamente riprodotti e stampati su carta, tela, acetato o inglobati in materiali sintetici.

Le immagini sono evocative, suggeriscono più di quanto vogliano descrivere, lasciano lo spettatore libero nel gioco interpretativo di associarvi riferimenti propri, ma al tempo stesso lo guidano inesorabilmente e sapientemente nella linea interpretativa voluta. A guidare lo spettatore sono soprattutto i titoli assegnati alle immagini: didascalie essenziali di tono aforistico che rivelano l’immagine e la riconducono al dato reale da cui essa scaturisce,  funzionando come traccia tra le molteplici interpretazioni possibili. Un gioco di riferimenti mai univoci, scontati o pretestuosi, sempre pensati a diversi livelli di senso.

In tutto il lavoro scorre un’ironia colta e sgarbata volta a indurre riflessioni critiche sul mondo contemporaneo; ironia a volte amara, spesso pervasa da un sentimento di non rassegnata indignazione, talvolta attraversata da un senso di sconfitta.

L’intero lavoro, che sceglie linguaggi basati su gusto e tecniche sviluppate in anni di pratica della fotografia pubblicitaria, non rinuncia peraltro al racconto fotografico. Come nella miglior tradizione del reportage indaga proprio quei temi che stanno a cuore ad ogni fotografo reportagista: la guerra, i costumi sociali, le ingiustizie umane … presentando frammenti di un’articolata narrazione organizzati in solo apparente disordine.

Da un punto di vista formale, le scelte si allineano alle intenzioni di stratificazione di significati. La declinazione delle immagini su materiali e in formati diversi offre una ulteriore varietà nella potenziale lettura dei significati delle opere: la stessa immagine che in un’opera assume un significato profondo e concettuoso, può godere in un’altra declinazione di una valenza anche più puramente astratta. Se nella bidimensionalità delle grandi stampe il significato viene offerto allo spettatore con spettacolarità, nelle stampe su acetato e nel loro trasformarsi in oggetti tridimensionali tale significato appare condensato e preziosamente conservato nel cuore anche fisico dell’opera.

‘Media-Evo’, che si integra con il precedente ‘Telavisione’, negli anni è cresciuto al di là di intenzioni preordinate, indipendente e ribelle, conquistando un posto importante nella progettualità dell’autore, fino a diventare caposaldo della sua opera creativa e forse proprio il punto di sintesi di due mondi che in lui convivono da sempre faticando a trovare una lingua comune. L’intera ricerca, non priva di un certo intellettualismo, porta con sé il senso di una critica serrata e perentoria al malcostume del mondo contemporaneo.

Biografia – EMILIANO SCATARZI

Tra fotografia pubblicitaria e commerciale, l’attenzione alla dimensione artistica e creativa

Emiliano Scatarzi nasce a Firenze nel 1973, dove si è formato professionalmente collaborando come artista e promotore con la Ken’s Art Gallery. Da quindici anni vive e lavora a Milano.

Si è occupato per diversi anni di fotografia pubblicitaria e commerciale, di ritrattistica, di reportage geografico e sociale. Ha contemporaneamente sviluppato un proprio lavoro artistico e creativo, realizzato prevalentemente in Polaroid, ma sperimentando anche altre tecniche come il cross-processing o tecniche miste, fino all’oggetto tridimensionale (in mostra allo Spazio Tadini alcuni esemplari).

Nel settore commerciale pubblicitario ha prodotto servizi fotografici per: Swatch, Luxottica, Fiat, Gilera, Gancia, Alitalia.

Ha lavorato come assistente alla regia con Francesco Fei, realizzando 40 video-clip per la scena musicale italiana. (Ligabue, Litfiba, Laura Pausini). Come regista ha realizzato il video per il gruppo musicale Spazio 17. Ha pubblicato servizi sulle maggiori testate italiane tra cui Max, Carnet, Digital Lifestyle, Gq, IoDonna e su diverse testate di settore (Fotographia, Fotocult, Fotografia Reflex)

In campo artistico ha sviluppato fin dal 2002 il progetto Tela-visione che, attraverso la manipolazione di scatti  Polaroid propone una critica ironica degli aspetti massificanti e devianti del mezzo televisivo e di una cultura collettiva divulgata tramite i mass-media.

Nel 2002 ha partecipato alla Biennale di Venezia con un progetto realizzato in collaborazione con il fotografo Andrea Corazzi.

Nel 2003 ha fondato con i fotografi Davide Fusco e Giorgio Palmera l’associazione FOTOGRAFI SENZA FRONTIERE-onlus, volta a creare laboratori permanenti di fotografia in aree critiche e marginali del mondo per insegnare a ragazzi e adolescenti a praticare un’auto-rappresentazione consapevole tramite il mezzo fotografico.

Nel 2003 ha organizzato le proprie opere di ambito artistico in due mostre, esposte negli anni successivi a Firenze, Milano, Roma, Miami, e in diverse collettive tra cui una sull’arte digitale nella galleria Franco Riccardo Arti Contemporanee a Napoli e una presso la Galleria Arteutopia di Milano.

Nel 2004 espone con Giorgio Palmera la mostra R-esistenze nata nel contesto dei laboratori fotografici con il popolo Saharawi in Algeria – presso lo spazio espositivo Segheria a Milano, prima mostra fotografica in uno spazio solitamente dedicato al Design. La mostra viene selezionata da Denis Curti (direttore di Contrasto Milano) per Portfolio in Piazza 2004 a Savignano sul Rubicone e riesposta a Milano (Galleria Fabricaeos), Roma e Prato. Con Fotografi Senza Frontiere realizza lo stesso anno il progetto Sviluppi Futuri, laboratorio di fotografia e media center a Betlemme in collaborazione con ARCI, dando avvio a una serie di laboratori nella regione, tuttora operanti. Sempre nel 2004 inizia una collaborazione con il programma televisivo Camera Cafè come fotografo di scena. Nello stesso anno produce una ricerca fotografica sul mercato del pesce di Catania, dove le fotografie in mostra vengono esposte sostituendo i venditori di prodotti ittici dietro i banchi del mercato. La mostra, intitolata Mostralmercato è stata promossa dal Comune di Catania e realizzata a cura di Paola Riccardi.

Nel 2005, con Fotografi Senza Frontiere espone a Milano presso lo Spazio Forma di Milano e a Roma presso il Chiostro del Bramante in due eventi di raccolta fondi destinati all’associazione stessa; ha inoltre organizzato diversi seminari sul tema della fotografia come strumento di intervento sociale e di divulgazione etno-culturale.

Nei 2006 inizia una nuova e inedita esperienza come critico e giornalista scrivendo di arte e costume per testate di settore e nazionali, tra cui Il Corriere della Sera, in articoli per i quali produce anche le immagini a corredo.

Tra il 2007 e il 2012 il suo impegno maggiore si rivolge alle attività legate ai progetti di FS-onlus, per la quale svolge missioni in diversi Paesi (Uganda; Kuna-Yala, Panama) istituendo nuovi laboratori, e per la quale organizza 3 aste presso Sotheby’s Milano (2009-2010-2011) con le fotografie dei più grandi autori italiani e stranieri, tutti sostenitori dell’associazione. Contemporaneamente realizza reportage personali in India, Vietnam, Cambogia, Papua Nuova Guinea, Uganda.

Il suo lavoro artistico continua nell’approfondimento e nella rivisitazione del progetto Tela-Visione, recentemente rinominato MediaEvo e nella ricerca di nuovi scenari da poter rappresentare e trasformare attraverso le tecniche artistiche sperimentate in questi anni e delle quali ha ora piena padronanza.

Sta attualmente scrivendo e curando la regia del film Building a New World, girato in SudAfrica per Building Energy spa e EBN Productions.

Arte a Milano: Ernesto Terlizzi presenta a cura di Antonello Tolve: APOLOGIA DELLA SUPERFICIE – testo in catalogo anche di Francesco Tadini

Inaugurazione 29 marzo 2014 ore 18.30- mappa Spazio Tadini

Dal 29 marzo al 18 aprile 2014

La mostra è composta da 30 carte tutte realizzate nel corso del 2013. In questi particolari fogli, l’autore, pur spaziando attraverso discipline e materie diverse, conferma la sua precisa riconoscibilità grazie al costante utilizzo del suo segno grafico contaminato nei vari risvolti della sua lunga ricerca. Un costante rinnovamento grazie a intelligenti espedienti immaginativi, fenditure, brecce e segni sempre tesi a coniugare, il manuale e il mentale, la pratica dell’arte e la teoria ad essa dedicata, in un processo di destrutturazione dell’immagine carico di rimandi ed allusioni.  Nei testi che accompagnano il catalogo Melina Scalise, Francesco Tadini e Antonello Tolve così scrivono: “…Terlizzi arriva a Spazio Tadini con una sua personale in questo luogo d’arte e cultura dedicato al maestro Emilio Tadini di cui conserva stima e ricordi. Ad ospitare la carte di Terlizzi, le pareti dello studio di Tadini, per riallacciare un dialogo mai interrotto come solo l’arte sa fare. I suoi lavori sono il racconto di un corpo, di un viaggio… Frammenti di quei paesaggi visibili a occhio nudo si ritrovano, staccati dalla prospettiva naturale, e collocati nelle opere di Terlizzi… Un dosatore perfetto del bianco e del nero e di tutte le sfumature del grigio… affascinato dalla semplicità e dall’essenzialità” (Melina Scalise)

“Essere apparentemente lieti mentre l’animo brucia ferocemente e, mentre la storia divora gli umani con le stesse fauci e la violenza di sempre, affidare a forme profughe – non certo solo object trouvé – il verbo futuro di ogni racconto possibile. Questo sembra essere il progetto radicale di Ernesto Terlizzi. E delle sue rudi eleganze in guisa di continuità iper raffinate tra disegno, pittura e brandelli vari. “La vera armonia sta nella disarmonia”, chiosa Ernesto nella video intervista sopracitata. E forse, con garbo e coerenza progettuale proprie di ogni grande artista, a conseguenza della conseguenza delle premesse gettate quarant’anni fa, la disarmonia di queste forme profughe è vero antidoto all’inquinamento oftalmico corrente. Mi sveglierò ancora di notte per vedere con desiderio queste trenta carte perfette di Ernesto, che saranno inondate dalla luce che meritano” (Francesco Tadini)

Irrimediabilmente legato ad un tessuto fragile e irrequieto che fa i conti con la vita, Terlizzi esercita non a caso sulla superficie una spinta morbida e morbosa che volge verso la crisi del riferimento tra la realtà e il linguaggio della pittura per costruire, così, uno spazio concreto, bidimensionale, mentale. Ogni sua opera recente, comprese queste nuove carte che ascoltano (accolgono e rappresentano)il silenzio del mare, rappresenta dunque un gioco linguistico, un processo di destrutturazione della realtà per erigere un discorso del linguaggio sul linguaggio mediante una modalità sinonimica attraverso la quale generare «l’attivazione di fasce potenti di equivalenza e di identità a livello profondo, le quali compromettono le articolazioni differenziali e oppositive delle strutture semiche di superficie»” (Antonello Tolve)

Catalogo in galleria

BREVE BIOGRAFIA  ERNESTO TERLIZZI

Ernesto Terlizzi nasce ad Angri (Sa) dove vive e lavora. Dal 1965, dopo gli studi presso l’Accademia delle Belle Arti di Napoli, è presente nel panorama artistico nazionale e internazionale

con mostre di gruppo, premi e personali. Sue opere sono inserite in numerose collezioni pubbliche permanenti tra cui: Museo d’Arte Moderna, Durazzo Albania; Museo d’Arte Contemporanea, Ripe San Ginesio, Macerata; Consolato Venezuelano di Napoli; Pinacoteca e Musei Comunali,

Macerata; FRAC Prima collezione permanente, Baronissi (Sa); Pinacoteca Comunale, Termoli; Museo delle generazioni italiane del 900, Pieve di Cento, Bologna; CAM Art Museum Contemporary, Casoria (Na); Museo d’Arte Contemporanea, Gazoldo degli Ippoliti, Mantova; MUMI Fondazione Michetti, Francavilla al Mare (Ch).

TESTO INTEGRALE ANTONELLO TOLVE

Apologia della superficie

di Antonello Tolve

Gli oggetti formano la sostanza del mondo

Ludwig Wittgenstein

Ci sono artisti che, con esercizio (l’arte è esercizio, costante verifica, determinazione, pratica quotidiana ha suggerito, nel 1994, Alan Charlton)[1], costruiscono ambienti vivaci, tragitti luminosi, brillanti destini progettuali, passionali trame formali e personali visioni future sul mondo dell’arte. Ci sono artisti che, nel tempo, disegnano una rotta, un filo sottile. Artisti che seguono, per tutta la vita, un progetto di ricerca, un programma estetico volto a farsi, negli anni, sempre più chiaro, evidente, elegante, determinante. A questa categoria – una categoria che non dimentica mai il nucleo e il grumo originario della riflessione, che non disperde mai il territorio intimo del lavoro pur ampliando il proprio orizzonte in diverse direzioni, in un processo di attivazione del pensiero – appartiene Ernesto Terlizzi (Angri, 1949), pittore la cui pittura, «tra la fisicità irriducibile della materia e la misura costruttiva del disegno»[2] suggerisce puntualmente Stefania Zuliani, spinge lo sguardo al di della natura per mostrare un panorama iconografico che elogia via via la leggerezza, la sintesi, la pulizia formale. E non mancano, poi, in questo elogio, i giochi delle trasparenze che «attirano lo sguardo in una seducente trappola policroma, facendolo quasi scivolare nella precipitosa successione dei piani scaglionati, l’uno dietro l’altro, a scandire ritmicamente le cadenze»[3] del discorso.

Accanto ad una indagine irrequieta sui brani della realtà (di una natura artificializzata con lo scopo di creare un reale immaginario – il Paesaggio nero del 1977, l’Origine del 1978, il Bulbo del 1981, la Forma di natura del 1983 o le varie condizioni della Composizione organica del 1984 ne sono alcuni esempi) e ad un approccio artigianale necessario a consolidare, sulla superficie, una riflessione legata al silenzio della materia e della forma, Ernesto Terlizzi mostra, da tempo, un vocabolario la cui forza scommette sul rischio del gesto e sull’azzardo di una massa pittorica capace di suscitare impressioni inaspettate e altrettanto inaspettate manifestazioni poetiche.

Alla ricerca di un disegno culturale capace di scansare i fossi paludosi della verosimiglianza, la prospettiva estetica messa in campo da Terlizzi nell’arco degli ultimi decenni esprime difatti aperture, brecce, fenditure critiche mediante una serie di progetti che lasciano confluire, all’interno di uno stesso ambiente operativo, intelligenti espedienti immaginifici volti a coniugare il manuale e il mentale, la pratica dell’arte e la teoria ad essa dedicata. Dal collage alla stampa a rilievo, dal disegno alla pittura, dalla scultura all’installazione, il suo lavoro procede con un fondamentale eclettismo stilistico e grammaticale che accentua un circuito virtuoso segnato dalla presenza di collaudi, sforzi, tentativi, prove di volo. Da volontarie (e anche involontarie direi) analisi logiche che depurano la mente dall’inquinamento oftalmico d’oggi per costruire visioni preziose, contaminate dal solo gesto del pensiero.

Dopo un primo periodo legato alla stagione informale, ad una materia raggrinzita e ripulita d’orpelli barocchi, Terlizzi delinea un vocabolario espressivo in cui le variazioni di tono, lo studio di luci ed ombre, l’illusione di spazi naturalistici e la ricchezza della tecnica (sempre ricercata con cura) costruiscono una dimensione fantastica che trasfigura il mondo per ampliarlo all’interno di vortici transdecorativi, di fregi, di guarniture, di flussi e flutti coinvolgenti. Si tratta di una verifica costante di alcuni luoghi e di alcune occasioni del tempo che l’artista utilizza (e stilizza) per scavare, con cura, nei prati della memoria e concepire, così, un’enorme cassa di risonanza materica che sposta la scrittura delle cose verso un differente modo di fare e di pensare. Dal décollage (e dagli affiches lacerées) di Rotella al Combine painting di Rauschenberg, dalla smagliatura (e dalla bruciatura) di Burri al silenzio di Fontana, per giungere, man mano, ad alcune posizioni legate ai nomi di Achille Perilli, di Barisani, di Del Pezzo, di Tatafiore, di Gianni Pisani[4], il suo orizzonte si nutre di materie della mente, di forme delicate e impure, erotiche e croccanti. Forme che lasciano intravedere una dolcezza di fondo che pare guardare alla stagione dell’Art Nouveau, al Sezessionstil in particolare. Con un gusto e una minuzia esclusiva, Terlizzi propone infatti dissolvimenti, lievi tracce di cose, corpi gioiosi ed erotici che vibrano sulla superficie adoprata per stuzzicare lo sguardo e condividere (con lo spettatore) le tracce mezzo cancellate di un sogno lontano.

Dai vari filamenti sinuosi che caratterizzano molta produzione degli anni Settanta alle geometrie degli anni Ottanta – Collage (1985), Struttura pompeiana (1986), Notturno (1987), Materie con sacco oro (1988) e i vari Senza titolo (1988) ne sono alcune – in cui si intravede il segno di Burri, dagli sfiancamenti materici degli anni Novanta alle varie assenze e abrasioni degli ultimi decenni, Terlizzi sente l’esigenza (e fa avvertire l’esigenza anche al suo pubblico) di spingersi in un ambiente analitico, in uno spazio che fa della semanalisi (la semanalisi «formalise pour décostruire»)[5] il centro di un discorso teso ad accogliere lacerazioni leggere e avvincenti, riduzioni necessarie a elaborare un discorso – quello specifico della pittura – segnato essenzialmente dal mondo della superficie, dei segni (che «si presentano come tratti semici elementari») e delle figure suggerirebbe Filiberto Menna da una angolazione più strettamente semiotica, ovvero di «unità elementari prive di significato […] il cui valore è dato per differenze posizionali e opposizionali all’interno di un contesto sistemico»[6].

Irrimediabilmente legato ad un tessuto fragile e irrequieto che fa i conti con la vita, Terlizzi esercita non a caso sulla superficie una spinta morbida e morbosa che volge verso la crisi del riferimento tra la realtà e il linguaggio della pittura per costruire, così, uno spazio concreto, bidimensionale, mentale. Fino ad approdare (La geografia degli approdi è, non a caso, il titolo di una sua mostra recente),  all’astrazione. Ad una astrazione che è, nel contempo, creazione di un segno astratto e metodo logico attraverso il quale ottenere concetti ricavati dalla conoscenza sensibile di cose e di oggetti svuotati del loro carattere temporospaziale.

Ogni sua opera recente, comprese queste nuove carte che ascoltano (accolgono e rappresentano) il silenzio del mare, rappresenta dunque un gioco linguistico, un processo di destrutturazione della realtà per erigere un discorso del linguaggio sul linguaggio mediante una modalità sinonimica attraverso la quale generare «l’attivazione di fasce potenti di equivalenza e di identità a livello profondo, le quali compromettono le articolazioni differenziali e oppositive delle strutture semiche di superficie»[7].

Lotta con le onde, Arrampicamento tra le acque, Sogni sommersi, Contenitore di memorie, Emersione, Nero di luna, Frammenti nell’acqua o La casa dell’infanzia che ricorda un romantico paesaggio veneziano. Sono, assieme ad un unico grande lavoro del 2014 (formato da 6 carte che costituiscono un manto atmosferico ancora una volta legato alla fluidità e alla pungente morbidezza di residui lontani), soltanto alcune delle immagini proposte dall’artista – tutte realizzate con carta thailandese kozo martellata – per rivisitare la natura, oggi, mediante angolazioni differenti, efficaci interpunzioni estetiche, sensuali sfumature, tonalità liquide cristallizzate in segni, in disegni, in ammiccanti annotazioni tonali.

È un nuovo mondo dunque, un mondo che – dopo il mondo sporgente e spigoloso della vita quotidiana al quale l’artista ha dedicato una serie di carte pregiate – si immerge, ora, nell’acqua dell’autobiografia, in un liquido amniotico che genera una sorta di manifesto della mente, in un paese fatto di sbiaditi fantasmi, di creature lontane, di storie silenziose, di fiabe senza finale che si rincorrono tra loro per disegnare un epilogo originario, una nebulosa di segni da decifrare con cura, un ambiente in cui le acque sommergono e paradossalmente illuminano la scena.


[1]    Cfr. P. T. Murphy, Conversation pieces: Alan Charlton, Thomas Chimes, Hamish Fulton, Bill Walton, Richard Torchia, Richard Wentworth, Institute of Contemporary Art, University of Pennsylvania 1994.

[2]    S. Zuliani, Terlizzi. Il piacere di moltiplicare gli elementi, in «Il Mattino», 3 aprile 1996, p. 21.

[3]    V. Corbi, Per Ernesto Terlizzi, in Ernesto Terlizzi. Nel battito della natura, Edizioni Asir, Pontecagnano (SA) 1989, p. 83.

[4]    Per un ampio sguardo sul lavoro di Terlizzi si veda almeno il testo di M. Bignardi, L’urgenza della pittura, in Ernesto Terlizzi. Nel battito della natura, cit., pp. 7-13.

[5]    J. Kristeva, Semiotiké. Recherches pour une sémanalyse, Seuil, Paris 1969, p. 22.

[6]    F. Menna, La linea analitica dell’arte moderna. Le figure e le icone, Einaudi, Torino 1975, p. 14.

[7]    S. Agosti, Cinque analisi, Feltrinelli, Milano 1982, p. 169.